Dalla rivista Le Cep n° 39 – secondo trimestre 2007
 

LA STRUTTURA DELLA GENESI

Claude Eon
 

Riassunto: L'esegesi moderna è contrassegnata dalla "teoria documentaria", che considera la Bibbia come un agglomerato tardivo di numerosi frammenti distinti secondo il nome che danno a Dio. Ora un'altra ipotesi spiega molto meglio le particolarità della Genesi. Essa è dovuta a P.J. Wiseman, un archeologo amatore che, avendo partecipato agli scavi di Mesopotamia, pubblicò nel 1936 le sue Nouvelles Découvertes en Babylonie sur la structure de la Genèse. Per lui la parola toledoth (='Ecco la generazione di…') che compare in 11 cardini del testo, è un colofono: formula che figurava alla fine di ogni tavoletta cuneiforme per darne il titolo, il contenuto e sovente l'autore o il proprietario. Ora, i passaggi che terminano con toledoth (seguito dal nome di un patriarca) contengono degli avvenimenti di cui quel patriarca è stato testimone.

Una sola eccezione: la "tavoletta" della Creazione (Gen. da 1,1 a 2,4) che non è firmata poiché il suo autore non ha potuto scrivere che per sentito dire, o piuttosto è firmata con "il cielo e la terra". Si trovano così delle ripetizioni che corrispondono al metodo in uso per 'legare' tra loro le tavolette consecutive di un lungo racconto.

Queste scoperte di P.J. Wiseman, lo si vede, sono fondamentali e tali da dimostrare la messa per iscritto antica, la storicità e l'autenticità del più notevole racconto della storia umana.

All'inizio del film Le Cercle des Poètes disparus, il professore di poesia invita i suoi allievi a stracciare le pagine di introduzione alla poesia del loro manuale. Questa saggia misura dovrebbe essere applicata a quasi tutte le "introduzioni" ai libri dell'Antico e del Nuovo Testamento. Tutte, in effetti, o quasi, sono inspirate dai disastrosi princìpi dell'esegesi moderna, o piuttosto modernista.


Così, nella sua Introduction à la Genèse, la Bibbia Osty ci assicura che "il documento yahvista, il documento elohista e il documento (o Codice) sacerdotale sono le tre grandi fonti che entrano nella composizione dell'opera; così se ne spiegano i multipli aspetti. Dei frammenti più o meno grandi di queste opere sono stati conservati, giustapposti o combinati, dai redattori; etc."


Questo commentario si ispira alla "teoria documentaria" in voga nell'esegesi moderna. Questa teoria fu infatti inventata da Jean Astruc che, nel 1753, pubblicò anonimamente a Bruxelles un'opera intitolata Conjectures sur les mémories originaux dont il parait que Moyse s'est servi pour composer le livre de la Genèse. L'autore era il medico del re e professore di medicina alla facoltà di Montpellier. Egli aveva notato che, nei primi 35 versetti della Genesi, era impiegata solo la parola Elohim allorché dal versetto 2:4b al 3:24 Dio era chiamato Yahve Elohim, salvo quando Satana utilizzava la parola Dio. Astruc sosteneva che queste parti dovevano essere state scritte da autori diversi, giacché, se questo testo lo avesse scritto Mosè, dovremmo attribuire a lui questa singolare variazione del nome divino.


Questa è l'origine della dissezione documentaria in frammenti del libro della Genesi. Nel corso del 19° secolo la teoria documentaria fu adottata con entusiasmo dall'esegesi liberale protestante da H. Graf (1815-1869) e Julius Wellhausen (1844-1918) che distinse quattro fonti principali del Pentateuco: la Yahvista, la Elohista, la Deuteronomica e la Sacerdotale. Così si pretendeva che quello che utilizzava la parola Elohim era l'autore di un documento detto elohista, e quello che utilizzava la parola Yahvè era l'autore di un documento detto yahvista. Ma poiché certi versetti manifestamente scritti da una sola persona contenevano tutti e due i nomi di Dio, bisognava inventare un altro redattore: il deuteronomista. Infine fu deciso che un ultimo documento era stato scritto 1000 anni dopo Mosè: il sacerdotale. Così la Genesi fu spaccata in una serie confusa di frammenti e di autori, secondo la parola utilizzata per designare Dio.


I critici sono, malgrado tutto, obbligati a riconoscere che questa suddivisione rompe la sequenza logica e anche grammaticale del testo! Tutta la teoria documentaria riposa dunque sulla fragile supposizione che un autore utilizzi un solo e unico nome per designare Dio. Questa esegesi del testo assomiglia molto a uno che taglia e poi reincolla dei pezzi rendendoli così irriconoscibili. Wellhausen stesso riconosceva che il risultato di questa dissezione non era che "un agglomerato di frammenti". Malgrado ciò, la sua Histoire d'Israël (1878) gli attribuì un posto negli studi biblici "comparabile a quello di Darwin in biologia".


Gli esegeti del 19° secolo non potevano immaginare che gli scavi archeologici e i progressi della linguistica avrebbero permesso un tutt'altro approccio della struttura e della paternità della Genesi. Nel 20° secolo, in effetti, la scoperta e la decifrazione di numerose tavolette in Mesopotamia, dove furono portate alla luce vaste biblioteche, permisero di comprendere i metodi di composizione degli scribi. P.J. Wiseman ebbe il privilegio di partecipare a degli scavi in Mesopotamia in compagnia di illustri professori. Grazie ad una conoscenza di prima mano di questi lavori, egli si trovò perfettamente equipaggiato per riesaminare la struttura della Genesi.


Nel 1936 egli pubblicava New Discoveries in Babylonia about Genesis, poi Clues to Creation in Genesis. Nel 1985 suo figlio, anche lui archeologo, ripubblicava i lavori di suo padre sotto il titolo di Ancient Records and the Structure of Genesis. A discolpa dei sostenitori della teoria documentaria bisogna riconoscere che, se avessero conosciuto gli antichi metodi di scrittura, sarebbero senza dubbio pervenuti alle stesse conclusioni di Wiseman. Si deve tuttavia costatare che queste scoperte archeologiche, ormai antiche, non impediscono a molti esegeti attuali di ignorarle e di leggere la Genesi come se fosse di un libro tardivo.


Il tratto caratteristico del racconto della Genesi è "che esso è costruito nella maniera più antica utilizzando un quadro di locuzioni ripetute". Queste locuzioni, che formano lo scheletro strutturante la Genesi, sono di due tipi: i colofoni[1] e le ripetizioni (catch-line phrases), di cui i primi sono i più importanti.


I colofoni


I documenti scritti in Mesopotamia erano generalmente incisi su pietra o su tavolette d'argilla. Era d'uso per gli scribi aggiungere alla fine del racconto un colofono indicante il titolo, la data e il nome dell'autore o del possessore, così come altri dettagli sul contenuto della tavoletta. Il metodo del colofono non è più in uso ai nostri giorni, essendo queste informazioni trasferite nella pagina di titolo. Ma nei documenti antichi, il colofono con le sue importanti informazioni, era aggiunto in modo molto distinto. Per esempio, il colofono terminante uno dei racconti mitologici babilonesi della creazione dice: "Prima tavoletta di … dopo la tavoletta … Mushetiq-umi … Una copia di Babilonia; scritta come il suo originale e collazionata. La tavoletta di Nabu-mushetiq-umi [5°] mese Iyyar, 9° giorno, 27° anno di Dario."


I colofoni sono la chiave che permette di comprendere la struttura della Genesi. In essa, la frase più significativa è: "Ecco la storia di…" che si può anche tradurre con "ecco la generazione di…". Questa formula è utilizzata undici volte in tutto il libro. I traduttori dei Settanta la trovarono così importante che diedero all'insieme del libro il titolo di Genesi, traduzione della parola ebraica per "generazione". Quanto a Wiseman, lui, per tradurre generazione, preferisce la parola ebraica Toledoth (dalla radice Yalad).


Ricorrenze della formula "Toledoth " nella Genesi:

2:4 Ecco la storia del cielo e della terra
5:1 Ecco il libro della storia di Adamo
6:9 Ecco la storia di Noè
10:1 Ecco la posterità dei figli di Noè
11:10 Ecco la storia di Sem
11:27 Ecco la storia di Terach
25:12 Ecco la storia di Ismaele
25:19 Ecco la storia di Isacco
36:1 Ecco la storia di Esaù, che è Edom
36:9 Ecco la posterità di Esaù, padre degli Idumei
37:2 Ecco la storia di Giacobbe


I commentatori della Genesi hanno, da sempre, rimarcato questa ripetizione della formula. Molti, tuttavia, anche tra gli esegeti recenti, sembrano non attribuirle alcuna importanza proprio perchè non ne hanno compreso il ruolo e il significato. La ragione è semplice, come spiega appunto Wiseman. Il toledoth, che termina numerose sezioni della Genesi, comincia "come accade spesso nei documenti antichi, con una genealogia o un registro che stabilisce delle relazioni familiari strette", il che ha condotto i commentatori ad associare la frase toledoth, "Questa è la generazione di…" alla lista genealogica che segue. Essi hanno dunque supposto che questo toledoth è un prefazio o una introduzione. È tuttavia manifesto che il toledoth talvolta non è seguito da nessuna genealogia. Quindi, dice Wiseman, "la storia della persona nominata nel toledoth è stata scritta prima di questa formula e certamente non dopo". E cita l'esempio classico del secondo toledoth, "Ecco il libro della storia di Adamo" (5:1) secondo il quale noi non apprendiamo niente di più su Adamo, salvo l'età della sua morte. Allo stesso modo in Genesi 25:19, dopo la frase "Ecco la storia di Isacco" non è la storia di Isacco che vi si trova, ma la storia di Giacobbe e di Esaù.


I commentatori non hanno compreso queste anomalie allorché esse si spiegano molto facilmente se si sà che il toledoth non è una introduzione alla storia del personaggio, ma che si tratta di un colofono terminale. Il toledoth designava una storia, generalmente la storia di una famiglia nelle sue origini. Si potrebbe tradurre con "ecco le origini storiche di…". È dunque evidente che nella Genesi accade lo stesso e che pertanto non si parla dei discendenti del personaggio menzionato.


Nel Nuovo Testamento c'è un solo colofono, in Matteo 1:1: "Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo" che è una lista dei suoi antenati.


Poiché il metodo di scrittura della Genesi riflette così esattamente i metodi di composizione dell'antichità primitiva, si può concluderne per l'autenticità dei racconti del libro.


In Genesi 5:1 si legge "Ecco il libro della storia di Adamo". Qui la parola ebraica sepher è tradotta con "libro", che significa racconto scritto. I Settanta d'altronde hanno ugualmente tradotto il primo toledoth (in 2:4) con: "Questo è il libro delle origini del cielo e della terra". Bisogna in effetti comprendere bene che i "libri" dell'antichità erano delle tavolette, e che i primissimi fatti raccontati nella Genesi erano scritti, e non, come si afferma sovente, trasmessi oralmente a Mosè. Inoltre bisogna sapere che il nome della persona figurante alla fine del toledoth si riferisce all'autore o al proprietario della tavoletta piuttosto che alla storia della persona nominata. Così, per esempio, "Ecco la storia di Noè" non significa necessariamente "questo racconta la vita di Noè" ma piuttosto questa è la storia scritta o posseduta da Noè. Il toledoth o colofono è realmente come una specie di firma di un contemporaneo degli avvenimenti raccontati. In questo esempio, si potrebbe tradurre con "firmato Noè".


Per riassumere sul colofono o toledoth:


La Genesi comprende dunque le tavolette seguenti possedute dalla persona il cui nome figura nel colofono:

Tavoletta da a  
1 1:1  2:4  Ecco la storia del cielo e della terra
2 2:5  5:2  Questo è il libro delle origini di Adamo
3 5:3  6:9a  Ecco la storia di Noè
4 6:9b  10:1  Ecco la storia dei figli di Noè
5 10:2  11:10a  Ecco la storia di Sem
6 11:10b  11:27a  Ecco la storia di Terach
7-8 11:27b  25:19a  Ecco la storia di Ismaele e di Isacco
9-11 25:19b  37:2a  Ecco la storia di Esaù e di Giacobbe


Si noterà che solo la prima tavoletta non comporta firma personale.


È così che il compilatore dei documenti primitivi, tradizionalmente considerato Mosè, ha chiaramente indicato la fonte delle sue informazioni e nominato le persone che possedevano le tavolette utilizzate. Dunque, contrariamente a ciò che immaginavano Graf e Wellhausen, le fonti della compilazione del libro della Genesi non sono affatto dei racconti molto posteriori a Mosè, ma esattamente dei documenti firmati e contemporanei agli avvenimenti che essi raccontano. È dunque esatto dire che la Genesi è una compilazione di multiple fonti, ma molto anteriori a Mosè; e se il libro esprime, in effetti, numerosi "stili", esso non mostra tuttavia una pluralità di autori nella sua forma finale, contrariamente a quel che credono gli esegeti.


Due fatti confermano l'interpretazione di Wiseman:


Non può essere una semplice coincidenza il fatto che ciascuna di queste sezioni, o serie di tavolette, non contenga che quello che il personaggio nominato alla fine ha potuto scrivere per una conoscenza diretta. Qualunque scrivano, anche solo un secolo dopo questi Patriarchi, non avrebbe né potuto né voluto scrivere così. Si vede dunque che la formula chiave "Questo è firmato da…" costituisce il vero quadro utilizzato dal compilatore per i documenti serviti alla costruzione della Genesi. È dunque del tutto inutile cercare le fonti del libro, poichè il compilatore stesso si è incaricato di dircele.



Le ripetizioni


Esiste un'altra prova che questi antichi racconti furono inizialmente scritti su delle tavolette. Nell'antica Babilonia, spiega Wiseman, la taglia delle tavolette utilizzate dipendeva dalla quantità di testo da scrivervi. Quando il testo necessitava più tavolette era abituale:

a) dare un titolo a ciascuna tavoletta
b) ricorrere a una ripetizione (catch-line) al fine di assicurare il giusto ordine nella lettura.


Non bisogna stupirci di non ritrovare nel testo della Genesi questi aiuti alla lettura che il compilatore, Mosè, aveva sotto gli occhi. Tuttavia, nella Genesi si trovano vari esempi di tali raccordi, il che prova che la compilazione ebbe luogo molto presto, a partire dalle tavolette primitive.


Esempi di questi raccordi:

1:1   "In principio Dio creò il cielo e la terra"
2:4   "Ecco la storia del cielo e della terra…"
2:4   "quando essi furono creati"
5:2   "allorché essi furono creati"
6:10   "Sem, Cham e Jafet"
10:1   "Sem, Cham e Jafet"
10:32   "dopo il diluvio"
11:10   "dopo il diluvio"
11:26   "Abramo, Nacor e Aran"
11:27   "Abramo, Nacor e Aran"
25:12   "figli di Abramo"
25:19   "figli di Abramo"
36:1   "chi è Edom"
36:8   "Esaù è Edom"
36:9   "Ecco la posterità di Esaù padre di Edom"
36:43   "Questo è Esaù, il padre di Edom"


Secondo Wiseman, "la ripetizione battente di queste frasi esattamente là dove le tavolette cominciano e finiscono, sarà apprezzata nel suo giusto valore dagli studiosi abituati ai metodi degli scribi di Babilonia, poiché questa disposizione era quella che si utilizzava per legare insieme le tavolette. La ripetizione di questi raccordi, precisamente nei versetti attaccati al colofono, non può essere una pura coincidenza. Essi sono rimasti sepolti nel testo della Genesi, e il loro significato è passato inosservato".



Titoli e datazione delle tavoletta


Sulle tavolette cuneiformi il titolo era la prima parola del testo. Allo stesso modo gli ebrei diedero come titolo ai cinque primi libri della Bibbia le prime parole di ciascun testo. È così che chiamarono la Genesi "Bereshith", la parola ebraica per "all'inizio". Quando un testo richiedeva due o più tavolette, le prime parole della prima tavoletta erano ripetute nel colofono (o pagina titolo) delle tavolette seguenti, on po' come il titolo del capitolo è ripetuto in testa ad ogni pagina di un libro moderno. Grazie a questa ripetizione era facile collegare tutte le tavolette della Genesi.


Wiseman mostra ancora che alcune tavolette erano datate. All'inizio, gli scribi terminavano con una formula come "anno durante il quale fu scavato il canale di Hammurabi", ed è solo più tardi che noi troviamo la datazione con l'anno del regno. Nella Genesi si trova un esempio di datazione alla fine della seconda serie di tavolette (da 2:5 a 5:2), in 5:1, dove è scritto "Ecco il libro della storia di Adamo, il giorno in cui Dio creò l'uomo". In altri casi la tavoletta era datata con l'indicazione del luogo di residenza dell'autore al momento della redazione del colofono, e queste date erano sempre contigue alla frase finale "Ecco la storia di…". Per esempio in 25:11 "e Isacco abitava presso il pozzo di Lachai-Roi"; in 36:8: "Esaù si stabilì nella montagna di Seir"; in 37:1: "Giacobbe si stabilì nel paese dove suo padre aveva soggiornato nel paese di Canaan".


Che questi tratti caratteristici della scrittura cuneiforme siano ancora visibili nella Genesi mostra la purezza del testo e la cura con la quale ci è stato trasmesso. Essi provano anche che in quei tempi lontani i testi furono scritti su tavolette d'argilla e che queste tavolette, formanti una serie di Genesi da 1:1 a 37:1, furono certo assemblate nell'ordine in cui le troviamo oggi.



La storia di Giuseppe


La lunga sezione finale della Genesi, da 37:2 a 50:26, non termina con un colofono. Perchè? Perché questa parte della Genesi è soprattutto la storia di Giuseppe in Egitto. Il racconto comincia con: "Giuseppe, all'età di diciassette anni…" e termina con "… e fu messo in un sepolcro in Egitto". Siamo passati da Babilonia, o almeno dall'influenza babilonese, all'Egitto, dove, molto verosimilmente, la storia di Giuseppe fu scritta su un papiro. Poiché gli egiziani non utilizzavano il colofono, la sua assenza alla fine del racconto di Giuseppe è del tutto in armonia con la teoria dei toledoths.



I differenti nomi di Dio


Come abbiamo visto, l'utilizzo di nomi differenti per designare Dio nella Genesi costituiva per la teoria documentaria la base delle sue costruzioni esegetiche. La difficoltà maggiore viene da Esodo 6:3 dove si dice: "Io sono YHWH. Io sono apparso ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe come Dio onnipotente, ma sotto il mio nome YHWH non mi sono fatto conoscere a loro".


E tuttavia, ci sono molti esempi nella Genesi dove i Patriarchi designano Dio con YHWH. I critici si sono dati molto da fare per spiegare questa contraddizione apparente. Come, in effetti, i diversi autori (supposti) della Genesi, che avevano certamente sotto gli occhi il versetto 6:3 dell' Esodo, hanno potuto dare a Dio un nome anacronistico nella Genesi?


Non ci può essere il minimo dubbio che le tavolette portate da Abramo, dalla sua città di Ur in Caldea, fossero scritte in cuneiforme. Quando il compilatore della Genesi entrò in possesso di queste tavolette trovò in alcune l'equivalente di "Dio" in cuneiforme, e in altre l'equivalente di El Shaddai, Dio onnipotente, nome sotto il quale si designò ad Abramo, Isacco e Giacobbe, secondo Esodo 6:3. Il compilatore della Genesi aveva davanti a sé gli archivi dei Patriarchi dove molte tavolette contenevano l'espressione "El Shaddai" in cuneiforme. Il compilatore aveva dunque un problema molto speciale: ora che Dio si era definito "Io sono colui che sono", YHWH, quale nome bisognava dare a Dio per la trascrizione delle tavolette antiche? Questo nome di YHWH era stato annunciato ai figli di Israele in Egitto ed era da loro onorato. L'antico nome di "El Shaddai", Dio onnipotente, era stato corrotto per la sua attribuzione a numerosi altri "dèi". La soluzione più semplice era di tradurre con YHWH. Così si spiega molto semplicemente la presenza di YHWH nella Genesi senza far ricorso a una confusione di documenti imbrogliati scritti da autori sconosciuti, come fanno gli esegeti moderni, né a un tradimento del senso letterale di Esodo 6:3.



Il primo capitolo della Genesi


Tutta l'interpretazione biblica documentaria procede da una volontà di "mitologizzare" la Bibbia incorporandole di forza degli elementi tratti dai miti babilonesi o egiziani che sono, in realtà, totalmente estranei allo spirito ebraico. Basta comparare, sequenza per sequenza, il racconto della creazione secondo la Bibbia e secondo le tavolette babilonesi.


Bibbia Babilonese


Luce Nascita degli dèi, loro ribellione e minacce di distruzione.
Atmosfera, acqua Tiamat si prepara alla battaglia
terra gli dèi sono convocati e si lamentano amaramente con la vegetazione della loro minaccia di distruzione
Sole e luna Marduk promosso al rango di dio, riceve le sue armi per combattere. Batte Tiamat, lo taglia in due e fa così il cielo e la terra.
Pesci e uccelli poema astronomico
animali terrestri Kingu che incita Tiamat a ribellarsi è incatenato e, come punizione, le sue arterie sono tranciate e l'uomo è creato dal suo sangue.


È evidente che la Bibbia non deve assolutamente nulla alle tavolette babilonesi malgrado gli sforzi dei commentatori per convincerci che l'autore, quale che sia, di questo passaggio della Genesi, ha preso le sue idee dai miti mesopotamici.



L'abisso primitivo


Quasi tutti i commentatori moderni della Bibbia affermano che "tehom", la parola ebraica per abisso, che si trova in Genesi 1:2, è identica alla parola accadica "tiamat ", nome del dragone delle tenebre che Marduk uccise in un violento conflitto prima della creazione del mondo. Così nella nota della Bibbia Osty si legge: "L'abisso (tehom) delle acque… Il termine deriva da Tiamat, personificazione del Mare nel poema babilonese della creazione…". Tuttavia, un brillante linguista, il Prof. A.S. Yahuda[2], scrive: "La sicurezza con la quale questa affermazione è avanzata e l'ostinazione con la quale è sostenuta non si basano su alcun fatto filologicamenete fondato, poiché, al di fuori della similarità del suono tra tehom e tiamat, nessun'altra prova di una tale identificazione può essere avanzata".


Solo l'impresa delle tendenze mitologizzanti può spiegare l'ostinazione per una interpretazione che ha così pochi argomenti in suo favore. La parola tehom, dice Yahuda, non significa null'altro che l'acqua primordiale, questo oceano che riempie il caos.


La parola tehom dovrebbe essere avvicinata filologicamente non a tiamat, ma ad un'altra parola accadica, tamtu, parola che ritorna sovente in numerosi miti con il senso di oceano primitivo, esattamente come tehom, e non come la personificazione di una divinità come tiamat.



Il racconto del Diluvio


Se la teoria dei toledoth è vera, allora come spiegare che nel capitolo 7 della Genesi i commentatori della scuola documentaria abbiano potuto identificare due resoconti del Diluvio intrecciati nel testo di questo capitolo, e persino tre nel caso di Astruc? Questo capitolo 7 fa parte, come si è detto, della quarta serie di tavolette, scritte o possedute dai tre figli di Noè: Sem, Cham e Jafet e da loro firmate. La teoria dei due o tre autori presunti si appoggia sulle ripetizioni dei versetti 18, 19 e 20:

così come nei versetti 21, 22 e 23:

Ora, la conclusione della tavoletta ci informa che più di una persona fu responsabile della redazione: "Questa è la storia dei tre figli di Noè" (10:1). E l'esame del testo mostra chiaramente che esso fu scritto da più testimoni oculari della catastrofe.


I critici documentari hanno accordato molta attenzione a questo racconto del Diluvio giacché essi vi vedono la "prova" di una copiatura dalla mitologia babilonese. Benché abbiano avuto ragione di vedere più resoconti nel racconto, essi si sono completamente fuorviati sull'identificazione dei veri autori.



Due racconti della creazione


L'ignoranza della natura delle sorgenti a partire dalle quali il libro della Genesi fu compilato, ha portato i commentatori moderni a scrivere cose come: "il secondo capitolo è più antico del primo" o "l'ordine della Genesi è errato", o ancora "ci sono due racconti della creazione, ciascuno scritto dei secoli dopo Mosè". Per la scuola documentaria il primo capitolo è stato messo per scritto da un autore sconosciuto, o da un gruppo di autori, circa nel secolo 8°a.C.. Gli argomenti esibiti in questo articolo dovrebbero bastare a fare strame di queste affermazioni.


Ma, si domanda Wiseman, il racconto del primo capitolo ci dà un indizio qualunque sulla data della sua redazione? Al che risponde che, al di fuori delle datazioni per il colofono abituale, "esistono vari indizi che possono aiutarci a precisare la collocazione cronologica del primo capitolo della Genesi nell'Antico Testamento". E ne dà la lista seguente:

1

Nessun anacronismo: "esso non contiene il minimo riferimento a qualche avvenimento posteriore alla creazione dell'uomo e della donna e a ciò che Dio aveva loro detto". Al contrario, la versione babilonese della creazione, per esempio, fa riferimento a degli avvenimenti di una data relativamente tardiva, come la creazione di Babilonia.

2

Universalità: tutti i riferimenti di questo capitolo "sono universali nella loro applicazione e illimitati nella loro estensione". Non troviamo menzione "di nessuna tribù, nazione o paese particolari, né di alcuna idea o abitudine puramente locali. Tutto si riferisce alla terra intera o all'umanità senza menzione di razza".

3

Semplicità: il sole e la luna, per esempio, sono designati semplicemente con "il grande e il piccolo luminare" (1:16). È ben noto che l'astronomia è una delle più antiche branche del sapere. Fin dai tempi più remoti i babilonesi avevano già dato il nome al sole e alla luna.

4

Brevità: comparata alla lunga serie di sei tavolette per il racconto babilonese della creazione, la Bibbia utilizza un quarantesimo del numero di quelle parole.


Wiseman pensa che quest'unica tavoletta priva del colofono abituale è il racconto della creazione fatto da Dio stesso ad Adamo. Siccome Adamo non raccontava in questo testo degli avvenimenti che lui aveva visto, non poteva firmarli, benché ne fosse certamente e materialmente il redattore. Questo testo, da 1:1 a 2:4, costituisce così il primo libro del mondo, e il suo autore altri non è che Dio stesso.

La totalità dei riferimenti del capitolo 1 non si ritrova nella seconda tavoletta (da 2:4 a 5:1). In questa seconda serie si trovano delle note storiche, sono nominati i fiumi, come pure i paesi. I minerali sono dettagliati. Questa, pensiamo, è la storia di Adamo raccontata da lui stesso. Non è una ripetizione del racconto del capitolo 1 e non è più antico, come vorrebbero farci credere gli "esegeti". L'autore dà anzitutto dei dettagli sulla creazione del primo uomo: il Giardino è piantato, sono fornite le indicazioni geografiche dell'Eden, gli animali sono nominati, etc. La tavoletta della serie 2 è completamente differente dal capitolo 1 per lo stile e il contenuto e sembra essere stata scritta molto tempo dopo.



Da Adamo a Mosè


Noi non conosciamo l'estensione della scrittura prima del Diluvio ma, se la nostra tesi è esatta, conosciamo alcune cose dei metodi letterari impiegati. La forma originale delle antiche tavolette era tenuta per così sacra che i copisti e i traduttori successivi la conservarono nei loro nuovi testi.


Le storie di Adamo e di Noè (e senza dubbio quelle degli altri Patriarchi di prima del Diluvio) furono preservate nell'Arca e poi portate nel mondo post-diluviano dai figli di Noè, che, secondo le fonti compilate da Ginzberg[3], possedeva dei libri.


Le storie sacre, che subirono delle traduzioni e delle possibili traslitterazioni, furono portate dalla Mesopotamia (da Abramo e la sua famiglia) e restarono in Canaan per il tempo del loro soggiorno. Esse furono incrementate da ciascuna generazione. Infine, quando Giacobbe emigrò in Egitto, egli portò con sé queste storie. Alcune copie pervennero quasi certamente negli archivi egiziani dove Giuseppe aveva accesso. Più tardi, Mosè ebbe lui pure accesso a questi archivi e a tutta la saggezza dell'Egitto (Atti 7:22).


Il compilatore avrà riassunto le storie dei suoi antenati, redigendo delle note per il beneficio dei suoi contemporanei. Per esempio, il nome di certe località di Canaan era cambiato dal tempo di Abramo e così il compilatore doveva indicare il nuovo nome dell'antico sito. In Genesi 14 troviamo degli esempi:

Versetto

 
2 e 8 Bala che è Segor
3 la valle di Siddim, che è il Mar Salato
7 la fontana del Giudizio, che è Cades
15 Hoba, che è a sinistra di Damasco
17 la valle di Savè, è la valle del Re


Sembra che il compilatore abbia condensato fortemente i testi dei suoi antenati. Le serie originali di Isacco o di Esaù, per esempio, erano certamente molto più lunghe di quelle conservate nella Genesi. Il compilatore mantenne solo ciò che a lui sembrava pertinente e utile ai suoi lettori. Ma in nessuna parte della Scrittura esiste la minima suggestione che Mosè abbia per primo messo per iscritto i racconti e le genealogie della Genesi.


In questo libro non si trova alcuna asserzione relativa a Mosè sul genere di quelle che sono ripetute così sovente nel resto del Pentateuco, "il Signore disse a Mosé…". Secondo Wiseman, l'assenza di questa frase nella Genesi è certamente una chiara indicazione che quando essa è utilizzata negli altri libri di Mosè, lo è in modo autentico ed esatto, essendo il testo conservato nella sua purezza.


Ugualmente notevole è il modo in cui il Nuovo Testamento parla dei libri di Mosè. "É un esempio significativo della precisione con la quale i riferimenti agli autori sono fatti nella Bibbia". Benché Cristo e gli Apostoli citino sovente la Genesi, mai essi dicono che Mosè è l'autore della frase citata. Ma quando la citazione proviene dall'Esodo e fino al Deuteronomio, nel Nuovo Testamento si legge "Mosè dice…"



I libri più antichi del mondo


In conclusione, si può dire che la Genesi è composta da una serie di alcuni dei più antichi libri del mondo. Il Dr. Charles Taylor[4], linguista convinto secondo Wiseman, ha identificato i "nove volumi" seguenti che sono alla fonte del libro della Genesi:

I Il libro di Dio, racconto delle sue azioni all'inizio di tutto (Gen. da 1:1 a 2:4a)
II Giornale di Adamo, confermante talvolta il volume I (da 2:4b a 5:2)
III L'albero e il giornale della famiglia di Noè (da 5:3 a 6:9a)
IV Dossier dei figli di Noè sul Diluvio (da 6:9b a 10:1)
V La dispersione e la Tavola delle Nazioni di Sem (da 10:2 a 11:10a)
VI L'albero della famiglia di Tharè (da 11:10b a 27a)
VII La biografia di Abramo, fatta da Isacco, con l'albero della famiglia di Ismaele in appendice (da 11:27b a 25:19a)
VIII La biografia di Isacco e dei suoi discendenti, fatta da Giacobbe, ivi compresa l'autobiografia di Giacobbe, con gli alberi della famiglia di Esaù in due appendici (da 25:19b a 37:2a)
IX La biografia di Giuseppe e dei suoi fratelli, fatta da Mosè (da 37:2b a 50:26)



Conclusione


La prima pubblicazione di Wiseman risale al 1936, a Oxford. Essa non è, sembra, stata oggetto di alcuna confutazione. No, fu molto semplicemente ignorata dagli studiosi esegeti che nessun dato potrebbe distrarre dalle loro elucubrazioni. La teoria documentaria è ora completata, se si può dire, da una "teoria dei frammenti" che vede nel Pentateuco una messa in forma di multiple tradizioni veicolate in modo indipendente, e dalla "teoria dei complementi" che postula l'esistenza di un solo documento di base, in seguito ritoccato con l'aggiunta di testi complementari. È chiaro che le idee di Wiseman vanno contro tutta questa pseudo-esegesi che altro non è che una macchina da guerra destinata a ridurre la Bibbia al rango delle mitologie pagane. Questi esegeti devono dunque mantenere ad ogni costo: (1) il principio di una scrittura tardiva dei testi la cui qualità di testimonianza è così indebolita; (2) il principio di una trasmissione orale, anteriore alla scrittura, con tutte le sue possibilità di "abbellimento", e (3) l'origine del testo nelle mitologie pagane, ma mai l'inverso. In queste condizioni, come credere all'esistenza di un autore unico, qui Mosè, ispirato da Dio per la redazione di un testo che gode così della inerranza? Con una tale esegesi delle fonti della Rivelazione, la teologia non ha più un fondamento solido, il che sembra esattamente lo scopo di tutta questa manovra: "liberare" la teologia.


Mostrando che la scrittura è contemporanea dei primi istanti della civilizzazione, che tutti i principali personaggi della Genesi hanno scritto essi stessi la loro storia e che tutti questi documenti sono pervenuti nelle mani di Mosè che ne ha assicurato la messa in forma che conosciamo, Wiseman distrugge alla base le ipotesi degli "esegeti" patentati. Seguite il consiglio dato all'inizio di questo articolo: eliminate l'introduzione al libro della Genesi nel vostro esemplare di Bibbia e apprezzerete la Parola autentica di Dio.


(Questo articolo è un adattamento dell'articolo "The Toledoths of Genesis" di Damien F. Mackey, che si è a sua volta ispirato al P.J. Wiseman il cui libro "Ancient Records and the Structure of Genesis" è quasi introvabile.)


[1] Il colofono è la nota finale di un'opera scritta, che fornisce i riferimenti di quest'opera e dà delle indicazioni relative alla sua impressione.
[2] Yahuda A. The Language of the Pentateuch in its Relation to Egyptian (Oxford, 1933).
[3] L. Ginzberg, The Legends of the Jews, Vol V (Philadelpia, 1955) pp. 196-197.
[4] Dr. Charles Taylor, The Oldest Science Books in the World, Assembly Press (1974)