COSA VALE UNA SCIENZA DELLE ORIGINI?

Dominique TASSOT

Per molti nostri contemporanei, va da sè che la scienza dà una risposta sulla questione delle origini: origine dell'uomo, origine della vita, origine della terra o del sistema solare ecc... Non c'è che da leggere i grandi titoli della stampa di divulgazione scientifica per persuadersene. Ma cosa vale questo discorso della scienza, cosa vale questa pretesa di rendere caduche le indicazioni della Genesi?

Il filosofo Nicolas Malebranche, 323 anni orsono, dopo aver letto con entusiasmo il Trattato Del Mondo, di Descartes, segnalava il pericolo di una fiducia cieca negli scienziati: "Sembra qui opportuno dire qualcosa dei chimici, e generalmente di tutti quelli che impiegano il loro tempo a fare esperimenti. Questi sono persone che cercano la verità: si seguono ordinariamente le loro opinioni senza esaminarle. Così i loro errori sono molto più pericolosi, in quanto essi li comunicano con più facilità (1)".

Ed è sempre così. La nostra scienza non è più la scienza di Descartes, anche se ha accettato alcuni tratti duraturi del suo metodo, ma la situazione resta invariata: l'uomo della strada crede in fiducia ciò che gli presenta l'uomo di scienza. Non disponendo degli elementi per discuterlo, egli non può che rifiutare o accettare un discorso intangibile.

In fin dei conti, è l'argomento di autorità che decide di tutto. Il più potente, il più spesso avanzato, è quello del consenso supposto tra gli studiosi. Lo si è visto all'opera ultimamente, nell'allocuzione pontificale sulla teoria dell'evoluzione. Fu ancora il consenso dei radiocarbonisti che trascinò l'assenso del Cardinale Ballestrero alla datazione medioevale del Lenzuolo di Torino. Fu il consenso dei geologi che convinse Padre Lagrange a dover relativizzare il racconto della Genesi.

Ma il consenso degli specialisti è soggetto a basculare. Per 50 anni Wegener, con la sua deriva dei continenti, fu lo zimbello dei geografi. Ora lo si ammette senza discussione, e Xavier Le Pichon ricevette un premio Nobel per averne spiegato il meccanismo con la "tettonica delle placche". Giacché il consenso non è un prodotto della ragione, ma un riflesso sociologico: esso marca e condiziona l'ingresso nella comunità degli specialisti. I medici di Molière non sono i soli a dover cantare: "Dignus dignus est intrare in nostro docto corpore".

Noi qui non criticheremo questa tendenza al consenso. Come notava Auguste Comte: "Il dogmatismo è l'esercizio normale dell'intelligenza umana, quello verso il quale essa tende, per sua natura, essenzialmente e in tutti i generi, anche quando sembra scostarsene di più" (2).

Bisogna ancora trarne le conseguenze. Il pensiero collettivo non esiste. Si tratta di un mito maoista o piuttosto di una tecnica destinata a scatenare l'autoaccusa tra gli spiriti recalcitranti.

L'uomo è un essere sociale, e tende naturalmente a identificarsi al gruppo. Lo studioso fa lo stesso, a modo suo, e il famoso consenso finisce per poggiare su un piccolo numero di teste che "fanno autorità", cioè quelle di cui si accettano in fiducia le opinioni.

Ma ogni uomo è fallibile; anche il maestro lo è, più sottilmente, ma tanto più forse perché non ha da vincere la stessa resistenza da parte dei suoi pari. Così noi dobbiamo tenerci in mano gli strumenti di una sana critica, strumenti di cui Dio ha dotato l'uomo della strada come lo specialista: il buon senso e la logica.

Nell'ultimo secolo, Laplace vedeva l'origine del sistema solare in una nebulosa che raffreddandosi si contraeva. Dopo l'universo stazionario di Einstein e Hoyle, il consenso si è voltato oggi verso un universo in espansione. Davanti a questa variabilità delle tesi, a quale credere? Si potrebbe illudersi che l'ultima per data durerà nel tempo. Interi libri appaiono già per contestare il Big-Bang!... Si può solo affermare che la massa dei fatti e argomenti contrari non ha ancora raggiunto lo stato di coerenza necessario per provocare il basculamento. Ma piuttosto che "credere al Big-Bang" attendendo la teoria che verrà a detronizzarlo, non sarebbe urgente di "non più credere", molto semplicemente, di cessare di confondere le evidenze sempre relative della scienza con le certezze di cui il nostro spirito ha bisogno per nutrirsi?...

Io credo, scrive Pascal, ai testimoni che si fanno uccidere. Ora, nessuno è mai morto per difendere una tesi scientifica. Galileo si è piattamente ritirato. Buffon fece lo stesso quando la Sorbona condannò la sua stima dell'età della terra. Anche gli avversari di Lyssenko, deportati nel Gulag, non scelsero deliberatamente la loro sorte come fanno i martiri.

La prudenza ci invita dunque a mettere alla prova del buon senso le tesi avventurose che degli uomini di scienza avanzano con la pretesa di rispondere così alla questione delle origini.

Non vi è scienza che del generale; ora, gli avvenimenti originali, quali l'apparizione della vita, sono degli avvenimenti unici. L'affermazione senza prove che vi sono milioni di universi paralleli, al fine di rendere la cosa più probabile, dovrebbe ancora aumentare il nostro sospetto: più la tesi diviene fantasmagorica, meno si rende credibile!

Certo, la scienza degli avvenimenti unici esiste: è la storia. Ma essa si basa su un metodo: la convergenza delle testimonianze. Ora, nel presente caso si cercano invano i testimoni. Le vestigia del passato non ci sono: ci sono altrettanti fatti grezzi che chiedono di essere interpretati. Noi sappiamo dalla Scrittura che un giorno "le pietre grideranno" (Luca, 19:40); ma, per ora, non prendiamo il loro silenzio per una acquiescenza alle teorie avventurose che le "fanno parlare". Il primo riflesso della scienza dovrebbe consistere nel ricercare sempre più fatti probanti e minimizzare la parte delle deduzioni teoriche. Qui è esattamente il contrario: in astrofisica come in "evoluzione", le considerazioni teoriche sono esacerbate per sostenere la debolezza dei dati.

Giacché i fatti non si dimostrano: si constatano. Bisogna stabilirne la realtà obiettiva con la moltiplicazione degli esperimenti e delle osservazioni. Ora, non un solo fatto di evoluzione progressiva, non una sola comparsa di un organo nuovo sono mai stati costatati. Questa carenza totale dopo due secoli di teorie evoluzioniste, dà da sola la prova evidente che non si tratta di vera e sana scienza.

Sarebbe a dire che dobbiamo rinunciare a conoscere quaggiù il racconto della nostra origine, che dobbiamo vivere in una nebbia opaca ignorando da dove veniamo e dove andiamo?.. Certamente no. Ma a una condizione: lasciar comparire il testimone.

Giacché vi è un testimone, e questo testimone è condiscendente a parlare il linguaggio degli uomini per non privarli di un'informazione insostituibile. E la sua testimonianza si è trasmessa attraverso le generazioni con una cura estrema, da Adamo a Noè, poi da Noè a Mosè. Ed eccolo, tradotto in tutte le lingue, e a disposizione di tutti i cuori semplici che non disdegnano di interrogare il Creatore per conoscere la creatura.

Che pensare invece di un progresso scientifico il quale, non contento di trascurare questo unico testimone dell'avvenimento unico, fa di questo rifiuto un principio? Che pensarne dunque, se non che questa pretesa riproduce la rivolta di Lucifero e il peccato di Adamo: volontà di prendere da sè ciò che deve esser ricevuto da Dio, rifiuto di ogni dipendenza e del dovere di riconoscenza che ne consegue.

Ma, secondo la parola di Marcel François: "se l'uomo è libero di scegliere le sue idee, non è libero di sfuggire alle conseguenze delle idee che ha scelto". La scienza evoluzionista è condannata a respingere nello stesso tempo il senso logico e quello soprannaturale. Essa è dunque votata alla contraddizione e all'impotenza. Come scriveva molto bene Béchamps: "Si suppone, si suppone sempre, e di supposizione in supposizione si finisce per concludere senza prove"(3). É davanti a questo fantasma che dovremmo abbandonare le certezze della fede?


1 - Malebranche, "La recherche de la vérité" (1674), in Oeuvres , Parigi, Gallimard, 1979, pag. 240.
2 - A. Comte, "Considérations sur le pouvoir spirituel", Ecrits de jeunesse (1816-1828 pag. 28) Paris, La Haye, Mouton, 1970, pag. 385.
3 - A. Béchamps, "Sur l'état présent des rapports de la science et de la religion au suject de l'origine des êtres vivants organisés", Lille, Quarré, 1887, pag. 9.