Alla ricerca della signora Loshadkina nella regione del Volga e del Don

Lo Zar Nicolai II nella tarda estate del 1916 ricevette un rapporto da parte di un paio di piloti dell’aviazione russa, che dichiarava l’avvistamento della biblica Arca di Noè sul monte Ararat, allora in territorio armeno. Lo Zar molto interessato, inviò di lì a poco tra la fine del 1916 ed il 1917 due spedizioni di uomini scelti, per il rinvenimento del relitto ed il recupero di campioni e materiale fotografico. La spedizione andò a buon fine, seppur con un ingente perdita di vite umane a causa delle difficoltà di salita, del freddo, delle frane ecc. Peraltro alla spedizione parteciparono alcuni nobili russi, i quali non essendo molto abituati alle fatiche e al freddo come lo erano invece i militari, furono i primi a perire. Purtroppo con la rivoluzione bolscevica scoppiata in quel tempo, l’intera spedizione fu decimata e tutta la documentazione sparì nel nulla. Questo a causa di un argomento e di prove fortemente legate alla fede cristiana e molto scomode alla nuova politica russa atea che si stava delineando. Solo pochi riuscirono a sopravvivere a quello sterminio e fra quei pochi vi era il signor Batov Fedor Frolovic classe 1895, nonno della signora Galina Batov in Loshadkina.

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Batov Fedor Frolovic e la moglie Maria Vassilievna
durante lo sposalizio a Tiblisi nel 1917

Nel 1994 dopo il crollo del regime comunista, l’intero racconto fu finalmente pubblicato in territorio russo da un giornale moscovita intitolato “Scienza e Religione”, il quale non faceva altro che riportare un articolo apparso oltre 50 anni prima negli Stati Uniti nel New Eden Magazine del 1939. L’articolo a quell’epoca fu scritto dallo stesso Roscovitsky uno dei due piloti russi dell’avvistamento, il quale dopo quell’esperienza si trasferì negli Usa e si convertì divenendo un predicatore cristiano. L’articolo quindi raccontava tutta la vicenda dello Zar. Nel 1945 uscì un altro articolo in “Rosseya” un giornale della Russia Bianca con uffici a NewYork, scritto dal colonnello Alexander Koor che comandava il 19° reggimento Petropavlosky, dichiarando che nel 1915-16 essendo di stanza presso il monte Ararat confermava l’avvenuta spedizione zarista.
L’articolo riportato nel ’94 nel giornale moscovita però sosteneva che la redazione non poteva confermare la veridicità di tale storia.

Il suddetto articolo venne letto da una certa Galina Loshadkina, la quale scrisse subito una bella lettera alla redazione del giornale confermando a pieno titolo l’accaduto. Suo nonno Fedor gli raccontò tutta l’avventura avendo non solo visto ma anche toccato con le proprie mani l’Arca, confermando che si trovava sul monte Ararat, ora in territorio turco. In quella lettera riportò il nome del paese dove visse il nonno ovvero Serafimovich nella regione del Volgograd. Quindi il giornale pubblicò l’intera lettera- risposta della signora Loshadkina.
Lo scorso dicembre un gentile signore russo di nome Nicolay dopo aver visitato il nostro sito www.noahsark.it mi inviò l’intero articolo in russo. Mia moglie Paola che conosce bene la lingua me lo lesse ed entrambi ci commovemmo nell’udire questa testimonianza. Per noi non era altro che l’ennesima conferma dell’antica imbarcazione biblica giacente sul Monte Ararat.

Quindi decidemmo di rintracciare la signora Loshadkina inviando richiesta ad una trasmissione televisiva di Mosca. Ma capimmo ben presto che l’unica cosa da fare era di andare direttamente al posto e chiedere informazioni al municipio di Serafimovich il paesino dove visse il nonno. Per ragioni di lavoro io non potevo muovermi, quindi mia moglie con un certa determinazione e coraggio decise di andare alla ricerca da sola. Inizialmente pensò di raccogliere informazioni già nella città di Volgograd, ma appena arrivò comprese subito che dal punto di vista politico nulla era cambiato e percepiva che per aver delle semplici informazioni private, si doveva affrontare la solita trafila burocratica. Lei ne sa qualcosa, essendo cresciuta in una repubblica sovietica. Scelse comunque lo stesso di fermarsi per alcuni giorni nella città e per ironia della sorte nell’albergo dove alloggiava, la signora della reception, era proprio di quel distante paesino di Serafimovich. Le disse di aver sentito parlare della famiglia Batov e che uno di loro era professore alla scuola locale. Le cose provvidenzialmente stavano andando nella direzione giusta.

Quindi Paola prese la corriera e si diresse immediatamente a Serafimovich percorrendo quasi 300 chilometri in mezzo alla steppa. Arrivata a destinazione andò subito all’amministrazione comunale incontrando la persona giusta al momento giusto, era una signora che da bambina aveva come insegnante proprio il figlio di Batov Fedor Folovic di nome Alexei Batov, la quale la fece portare da un autista direttamente alla casa di un’anziana parente dei Batov. Era una signora di circa ottant’anni molto cortese la quale dopo averla ospitata gentilmente, le disse che la Loshadkina si era trasferita a Bocovskaya, un piccolo borgo ad un centinaio di chilometri a ovest di Serafimovich, nella regione di Rostov. Chiamò immantinente la figlia e le disse di portare mia moglie dalla Loshadkina, la figlia inizialmente era un po’ restìa e indecisa ma la mamma insistette in un modo quasi provvidenziale. Probabilmente aveva capito che l’incontro aveva una certa importanza. Quindi salì in auto con la figlia ed il marito e dopo altri 100 chilometri immersi nella steppa più estesa finalmente raggiunse la casa di Galina Loshadkina. La signora a questa inaspettata visita rimase esterrefatta e allo stesso tempo contenta di vedere una persona arrivare dall’Italia che la cercava, dopo un lungo silenzio di 17 anni dall’uscita dell’articolo, da parte del suo stesso popolo! Paola fu accolta come uno ospite speciale offrendo a lei subito la cena e rendendosi disponibile ad un piacevole dialogo.

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Le raccontò che il nonno, dopo l’esperienza dell’Arca, la morte di molti suoi compagni di spedizione sia nella salita che nella discesa e lo sterminio bolscevico dell’intera spedizione, la sua vita fu cambiata ed in costante pericolo.
Pertanto l’argomento “Arca di Noè sul Monte Ararat” divenne un tabù totale. Disse che lo Zar inviò sulla montagna degli uomini scelti e irreprensibili soprattutto dal punto di vista spirituale. Nonno Fedor era sposato con l’accordo dei genitori, come si usava a quel tempo, ma per partecipare alla spedizione fu invitato ad andare con la giovane moglie in una chiesa di Tiblisi e sposarsi secondo il rito da loro praticato cristiano-ortodosso.
Fedor tempo dopo frequentò per quattro anni una scuola religiosa, il che andava contro i principi comunisti e venne accusato di tradimento della patria. Fu costretto all’esilio e ai lavori forzati per tre anni tra il 1931 e il ‘33 nella costruzione del Bielomorkanal, un canale lungo 227 km che collega il mar Baltico al mar Bianco. Fedor oltre ad aver partecipato al primo conflitto mondiale, dovette per dover di patria, riprendere le armi anche per il secondo...! Nella vita faceva il panettiere, mestiere che praticò anche durante la guerra.
La piccola Galina negli anni ‘60 frequentava la scuola e un giorno il professore durante la lezione parlò del monte Ararat, della sua storia e del fatto stesso che un tempo faceva parte della repubblica Armena. Quando tornò da scuola raccontò tutto al nonno e fu in quell’occasione che lui le confidò tutta la sua esperienza. Le disse di aver raggiunto l’Arca con molta fatica e in un posto molto impervio, ed esserci entrato. Comprese che all’interno vi erano state altre persone poiché vide delle tracce, (probabilmente dei pastori armeni) e disse che ci vollero due o tre uomini per abbracciare una trave portante interna alll’Arca. Dalle analisi dei reperti raccolti il legno risultò essere di Oleandro. Le disse inoltre che sotto d’essa si era formato come un piccolo laghetto glaciale, l’acqua che ne usciva era freddissima e lui sosteneva che bevendola dava forza. Nei giorni successivi con molto entusiasmo la piccola Galina riferì tutto al suo insegnante, ma lui la ammonì di non parlare con nessuno perché avrebbe messo in pericolo al vita del nonno…

Famiglia Batov.
Alla sinistra in basso Fedor al centro la signora
Galina Batov ora Loshadkina. Foto del 1954
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Mia moglie durante il colloquio disse alla Loshadkina che fu trovato del legno sul Monte Ararat da un ricercatore francese e che un pezzettino lo teniamo anche noi. Le disse inoltre che era un legno molto duro sembrava parzialmente pietrificato...
Questo rievocò alla signora un aneddoto accaduto molto tempo prima quand’era bambina. Disse che un giorno si trovava a casa dei nonni e vide in un angolo una cassapanca custodita con molta cura, la curiosità la spinse ad aprire quella sorta di scrigno misterioso e all’interno fra le molte cose personali del nonno, vide un pezzo di legno duro come la pietra. Chiamò la nonna e le chiese se poteva buttare via quella specie di pietra vecchia, ma la nonna appena la vide la cacciò bruscamente ammonendola di non toccare più quella cassapanca..!

Ecco ora a distanza di oltre 50 anni comprende i motivi della reazione della nonna e che quella specie di roccia non era altro che un pezzo dell’Arca di Noè che il nonno recuperò durante la spedizione custodendolo molto gelosamente. Purtroppo la casa fu venduta e la cassa rimase dentro non sapendo più che fine abbia fatto. Anche i disegni dell’Arca del nonno con i vari traslochi furono persi. Il nonno prima e la nonna dopo, prima di morire a causa di un ictus subirono una paralisi facciale, entrambi volevano dire qualcosa di veramente importante ai figli e ai nipoti ma non riuscirono a causa della difficoltà motorie. Probabilmente si trattava di qualcosa di prezioso all’interno di quella cassa o nascosto da qualche parte nella casa. Purtroppo era abitudine di quell’epoca non dire i propri segreti, se non negli ultimi momenti al capezzale. Il nonno morì nel 1969 e la nonna 10 anni dopo.

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Galina Loshadkina
col giornale dell’articolo dell’Arca

Dopo una bella ed emozionante conversazione, la signora Galina disse a Paola che quella sua visita e l’argomento trattato la toccò veramente nel pieno del cuore..! Le diede inoltre una foto del nonno e le promise di scrivere giù qualsiasi cosa le tornasse in mente, promettendoci di rintracciare un'altra persona legata alla testimonianza dell’Arca, residente nella città di Krasnodar verso il Caucaso. Lei in questi anni voleva mettersi in contatto ma non lo fece, per la mancanza probabilmente di un preciso stimolo. Quindi appena ci fornirà un numero di telefono, ci metteremo in contatto noi stessi cercando di raccogliere altre informazioni.
Paola lasciò alcune mie foto scattate sull’Ararat e vedendone una sul lago di Kop la signora le disse che il nonno passò proprio da quel lago… Poi accomiatò tutti ringraziandoli per la loro calorosa accoglienza e tornò con la coppia di amici a Serafimovich dove albergò una notte. Il giorno successivo prese nuovamente il bus per Volgograd per poi fare rientro. Si fermò un paio di giorni a Mosca e fece una capatina alla redazione del giornale “Scienza e Religione” per avere se possibile ulteriori informazioni, ma oltre a non trovare lo stesso calore umano non le diedero altro che una copia dello stesso articolo che riporto qui sotto, niente più.

Roberto Tiso


Articolo originale russo di Scienza e Religione del 1994 copia N° 1

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Risposta della Loshadkina pubblicata da
Scienza e Religione al N°7 del 1994

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Traduzione dell’articolo di Scienza e Religione N°1 del 1994


L'Arca di Noè

Nell'agosto del 1916 alla famiglia reale e alla Russia fu dato un segnale incredibile sui tempi terribili che si stavano prospettando, probabilmente un segno dal cielo più sorprendente che si sia mai potuto immaginare. Non è facile da capire l'essenza di questo segno, ma ancora una volta ne deriva un miracolo… dalle dimensioni di un campo da calcio…
Sia prima che dopo questo fatto (e a tutt’oggi) sono state organizzate delle spedizioni sull’Ararat specificatamente per cercare l'Arca di Noè, ma né prima né dopo l'Arca è stata localizzata da queste persone che di proposito la cercavano, ma solo da chi non la cercava.
Non è mai capitato che tante persone abbiano raggiunto e documentato l’Arca in un modo così completo come nella spedizione inviata dallo Zar. Ma è altresì incredibile che tutto il materiale raccolto dai vari testimoni sia sempre misteriosamente scomparso, e quasi nulla è stato lasciato ai posteri ...
… Nel 1916 in Armenia vi fu un’estate molto calda. I ghiacciai dell’Ararat in quell’anno si ritirarono a dismisura. Riguardo a quei giorni il pilota militare russo Vladimir Roscovitsky raccontò al New Eden magazine nel 1939, quando divenne un predicatore ortodosso negli Stati Uniti. Fu subito una notizia sensazionale in tutto il mondo (ovviamente in Unione Sovietica non fu scritto niente fino al 1994 quando la rivista "Scienza e Religione" (№ 1) pubblicò l’articolo tradotto [38]. Di seguito, riportiamo l'articolo abbreviato:
"Noi, un gruppo di aviatori russi, avevamo la base in un campo di aviazione temporaneo a circa 25 miglia a nord-ovest del monte Ararat. In quei giorni era terribilmente caldo e secco. ... Anche le lucertole si nascondevano all'ombra delle rocce e boccheggiavano, solo occasionalmente una leggera brezza muoveva la polvere e la rada vegetazione di quella zona. Sopra i crinali si vedevano le nuvole e un po’ più in su la candida cima del monte Ararat, dove la neve è eterna. Con quella calura ci veniva la voglia di rinfrescarci con un po’ in quella neve.
Quando arrivò il comandante ci disse che l’aereo numero 7 era stato rimesso a punto ed era pronto per essere testato in alta quota, quindi io ed il mio compagno fummo invitati ad eseguire il test. Finalmente potevamo fuggire da quel caldo!... Non perdemmo tempo a scaldare il motore: il calore del sole l’aveva reso quasi incandescente.
Effettuammo alcuni giri fino a raggiungere un'altezza di 14.000 piedi e per alcuni minuti non ci alzammo più di quota per acclimatarci a quell'altitudine. Guardai a destra verso il candore della cima innevata la quale era solo poco sopra di noi, e non so per quale motivo decisi di dirigermi verso la cima. Il copilota mi guardò sorpreso ma era troppo rumoroso per chiedermi che intenzioni avessi. Generalmente da una velocità di 100 a 120 miglia all'ora cambiava poco...
Guardando verso il basso mi sembrava di vedere come dei grandi bastioni formati da grosse pietre che salivano dai piedi della montagna. Tutto questo mi evocava l’antica leggenda dei pellegrini che secoli prima di Cristo scalavano la montagna per raggiungere l’Arca e raschiarne la pece per farne degli amuleti. La leggenda afferma altresì che alcuni di questi pellegrini vennero colpiti da un fulmine e molti non fecero ritorno ...
Facemmo un paio di giri attorno alla cupola dell’Ararat (rimanendo alla stessa quota) e poi decidemmo di fare una lunga e liscia discesa verso la parete meridionale e in quell’istante vedemmo un laghetto che assomigliava ad un piccolo gioiello color verde smeraldo, ma ancora coperto di ghiaccio nel lato in ombra.
Facemmo un altro giro per riguardarlo. Improvvisamente il mio compagno gridò, ed in modo molto eccitato mi indicò la zona del laghetto dove debordava. Anch’io guardai e rimasi attonito per quel che vidi. Esclamai: un sommergibile? No, vedemmo delle corte e grosse travi; la parte superiore era arrotondata e sopra si vedeva un rialzo di circa mezzo metro di altezza (5 spanne) e per l’intera lunghezza della struttura. Una costruzione davvero strana! Sembrava fosse stata progettata per poter sopportare l’urto di enormi ondate; era simile ad un grosso tronco atto ad ondeggiare sul mare in tempesta. Le corte e grosse travi sembravano costruite apposta per resistere a potenti flutti. Quanto a lunghezza, somigliava ad un isolato cittadino e si poteva paragonare a una moderna nave militare.
La poppa della struttura era immersa nel lago (circa un quarto della lunghezza totale) La nave aveva delle rotture sia sulla parte frontale che in quella posteriore. Vi era anche un’enorme apertura della grandezza di una ventina di metri quadrati circa - ma la porta era mancante. L’apertura sembrava sproporzionata, le navi moderne raramente hanno una porta anche la metà di essa. Dopo questa inusuale perlustrazione aerea, tornammo alla base battendo ogni record di velocità per recuperare il tempo perduto.”
Così scrisse l’emigrato russo Vladimir Roscovitsky in un articolo pubblicato sulla rivista «New Eden» nel 1939. Ulteriormente disse che dopo aver raccontato con entusiasmo l’emozionante avvistamento ai compagni, in modo inaspettato vennero fortemente derisi. Solo il comandante non rise, anzi si offrì di rifare un sopralluogo insieme a loro per vedere l’oggetto misterioso. Al ritorno dichiarò:
"Quella strana nave è l'Arca di Noè. E’ lì da circa cinquemila anni, e per nove o dieci mesi all'anno rimane congelata e conservata nel ghiacciaio e non si può estrarre perché è come se fosse bloccata all’interno di un frigorifero. Avete fatto la scoperta più straordinaria del secolo! "
Dopo ciò Roscovitsky affermò che il comandante inviò una relazione di questa scoperta a Pietrogrado. Dopo aver letto la missiva, l'imperatore inviò subito sull’Ararat due distaccamenti di soldati con l'ordine di salire la montagna e arrivare sul luogo dell’avvistamento. Cento uomini salirono superando profondi dirupi e arrivarono ad un crinale roccioso, e una cinquantina su un altro. Sei settimane più tardi il gruppo più grande raggiunse l'Arca, il piccolo poté osservarla solo da una certa distanza. Roscovitsky scrisse inoltre:
"Furono effettuate misurazioni dettagliate, planimetrie e molte fotografie. All’interno dell’Arca trovarono centinaia di piccole stanzette e un paio di ampie con soffitti alti. ...Tutto era calafatato con una sostanza simile alla cera (tipo gommalacca), dimostrando un lavoro di grande abilita da parte di una civiltà avanzata. Il legno usato era di oleandro che fa parte della famiglia dei cipressi, resistente all’acqua. Il fatto che si sia preservata così bene, dipendeva dall’ottimo lavoro di calafatura, dal legno usato e dal congelamento. Un po’ più su trovarono dei tronchi staccati dal lato dell’Arca semi bruciati accatastati a mo’ di piccola dimora,. All’interno trovarono delle pietre grezze poste a forma di piccolo altare, come quello che spesso usavano gli ebrei nell’antichità per i sacrifici. Probabilmente questa sorta di altre nel passato, a causa di un fulmine od altro, prese fuoco e subì gravi danni. … Pochi giorni dopo l’invio del rapporto allo Zar, il governo fu rovesciato dai bolscevichi. Questo impedì la pubblicazione del materiale e probabilmente venne anche distrutto…”
Si concluse così l'articolo di Roscovitsky e la traduzione fu pubblicata sulla rivista "Scienza e Religione" 55 anni dopo (nel 1994) dalla sua prima pubblicazione negli Stati Uniti. La redazione di Scienza e Religione esprimendo rammarico, dichiarò di non esser in grado di verificarne l'autenticità.


Risposta della Loshadkina su "Scienza e Religione" al N°7 del 1994

"Ho davanti a me un articolo "I ricercatori dell'Arca" e sto leggendo le righe conclusive: "Non è possibile confermare o smentire la sua autenticità" (articolo di Vladimir Roscovitsky) e nella mia anima urlo ad alta voce – Io confermo! É vero! Avvenne esattamente così! Per il motivo che uno dei membri della spedizione russa sul monte Ararat era mio nonno - Batov Fedor Frolovich nato nel 1895.
Ho conservato il suo libretto militare, dove era registrato il suo arruolamento al servizio militare nel 1915 a Ust-Medviedtz (ora Serafimovich regione del Volgograd) nel 15° reggimento del Turkestan, 4ª divisione del Turkestan. Forse questo aiuterà la ricerca dei dati storici?
Studiando storia a scuola, circa nel 1959-60, sentii parlare dell’Arca di Noè (l’insegnante di storia era una persona eccezionale: si diplomò al ginnasio prima della rivoluzione e ci dava informazioni ulteriori al programma scolastico"). Raccontai della lezione di storia a mio nonno. In quell’occasione mi disse che durante il servizio militare fu inviato nel Caucaso e che in quel tempo dei piloti russi avvistarono sul monte Ararat qualcosa di simile a una nave. Nella spedizione che fu organizzata partecipò anche mio nonno. Scalarono la montagna da entrambi i lati. In questo momento ho difficoltà a ricordare tutti i dettagli di quella conversazione, ma a mio parere, il nonno disse che il gruppo più piccolo era formato da esperti alpinisti ma purtroppo tutti quanti perirono travolti da un’enorme valanga. Vi furono delle valanghe anche lungo il sentiero percorso da mio nonno e i suoi compagni, e attraversarono dei crepacci molto profondi. Pure nel suo gruppo morirono delle persone. Anche mio nonno rischiò di cadere in un dirupo ma i suoi compagni lo soccorsero. Il nonno mi parlò con grande rispetto dei suoi compagni.
Raggiunsero l'obiettivo. Il nonno mi raccontò fino ai minimi particolare dell’Arca e mi fece pure degli schizzi. Mi fece capire che era un’enorme ed insolita nave. Io immaginavo una moderna nave, ma mio nonno me la disegnò nuovamente e con pazienza mi ribadì che “…assomigliava ad una grande scatola con un’apertura sulla parte superiore atta alla la ventilazione…”
Mi disse inoltre che furono scattate molte fotografie, effettuate misurazioni di ogni genere e prese delle campionature raschiando varie sezioni. Lui partecipò a tutto questo e non si stancava mai di dirmi: “se tu sapessi che teste intelligenti e che persone meravigliose erano con noi..” Una cosa che mi colpì del racconto di mio nonno, fu il tipo di impregnante usato che sembrava cera ma non era cera, probabilmente gli scienziati saranno riusciti a capire dalle campionature raschiate di cosa si trattava. Anche del legno di oleandro mi ricordo molto bene perché i nostri vicini di casa ne avevano uno e si copriva di bellissimi fiori rosa.
La discesa fu più difficile della salita dalle parole di mio nonno, proprio perché vi furono delle perdite di vite umane durante la discesa. Il resoconto di tutto ciò fu inviato allo Zar assieme alla relazione e a tutti i tipi di campionature prelevate. Fu inviata altresì la lista di tutti i membri della spedizione per un riconoscimento onorifico da parte dell’Imperatore. Mio nonno era in quella lista.
Di lì a poco scoppiò il caos della rivoluzione e a mio nonno come nel caso dell’Arca di Noè, rimase a galla combattendo le onde per sopravvivere… Per timore non parlò con nessuno di questa spedizione e raccomandò anche me di non dire niente e tenermi questo segreto... Ma mi disse di mantenere questa speranza: “Forse io non vivrò fino a quel momento ma tu sentirai parlare di questo. Ricordati sempre che l’Arca di Noè non è un mito. Io stesso l’ho vista e con queste mani l’ho toccata. Ricordati molto bene che si trova sul monte Ararat!”. Mio nonno morì nel 1969.
Tutto ciò è rimasto un mio intimo segreto fino ad oggi. Ora io a nome di mio nonno Batov Fedor Frolovich confermo che l’articolo di Vladimir Roscovitsky è veritiero ed un fatto un realmente accaduto…
Ho tanto desiderio di dare un sostegno almeno morale a tutte quelle persone coraggiose che ai nostri giorni organizzano spedizioni sul monte Ararat. Mio nonno non era un alpinista. Ma con l’aiuto di Dio è riuscito a raggiungere e a vedere l’Arca di Noè, cosi anche altre persone possono farlo.


G. Loshadkina


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