L'ESODO, L'AFFONDAMENTO DI ATLANTIDE
E IL VIAGGIO DEGLI ARGONAUTI

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Perché riunire in una stessa conferenza tre avvenimenti della storia antica, uno tratto della Bibbia e altri due dalle tradizioni greche? È perché il mondo dei sapienti non ammette la storicità della Pasqua, il passaggio del Mar Rosso degli Ebrei, di cui i Giudei festeggiavano religiosamente l'anniversario come fece anche Gesù coi suoi Apostoli la vigilia della sua Passione e che noi celebreremo tra qualche settimana. Crombette ha mostrato, nella sua opera egittologica, che l'Esodo è un fatto certo della storia egiziana e che è avvenuto contemporaneamente all'affondamento di Atlantide -che Platone rievoca nel suo Crizia- e del viaggio degli Argonauti raccontato da Orfeo. Andiamo a descrivere dunque successivamente questi tre avvenimenti e a mostrare come si coordinano ed illuminano la storia dei popoli dell'antichità.

Gli egittologi affermano che non si trovano tracce del soggiorno degli Ebrei in Egitto, ma è solo perché non sanno leggere i geroglifici. Al contrario Crombette, grazie al suo metodo di decifrazione per rebus, ha potuto mostrare che i figli di Giacobbe, a cominciare da Giuseppe che fu il capo del più grande impero di tutti i tempi, soggiornarono 430 anni in Egitto come dice S. Paolo negli Atti degli Apostoli. Ha descritto con molti dettagli il regno di Giuseppe sotto i Re Pastori tra cui Apophis il Grande che è rappresentato nella Sfinge di Gizeh, la conversione di Amenophis IV al Dio unico, poi il ritorno dei faraoni all'idolatria con Armaïs, e la persecuzione degli Ebrei iniziata da Ramsete II e poi da suo figlio Meneptah, il faraone dell'Esodo. Ha mostrato che le piaghe dell'Egitto mandate da Dio su richiesta di Mosé sono proprio avvenute ed hanno lasciato un ricordo nella memoria collettiva degli Egiziani. Infine ha fissato la data della Pasqua ebraica tra la notte dal 25 al 26 marzo 1226 a.C.. Se si tien conto del fatto che in ogni sua opera ha adottato una cronologia che, come gli specialisti del XVI secolo, pone l'inizio dell'era cristiana nel -4, e che dei lavori più recenti -come quello del Generale de Nanteuil e del Colonnello de Montéty, di cui uno studio apparirà sul prossimo numero di Science et Foi- mostrano che Nostro-Signore è nato nell'anno 1, bisogna porre l'anno dell'Esodo nel 1222 avanti Cristo, ma questa è solo una questione marginale.

Studiamo per primo l'Esodo: lo conosciamo in dettaglio grazie al racconto che ne fa Mosé nella Bibbia. Ma esistono anche delle testimonianze profane: un cartiglio di Meneptah afferma che egli conobbe un nuovo Phénix, il primo essendo stato Giuseppe. Si tratta dunque di Mosé. Un altro parla della persecuzione degli Ebrei che si rifiutano di adorare Rê. Peraltro, il papiro Sallier evoca delle calamità: "Se c'è un flagello venuto del cielo, gli dèi cadono sulla faccia, gli uomini periscono, la terra intera si spacca per il bestiame; i grandi e i piccoli sono sul letto funebre". Infine Manéthon, ricordato da Diodoro di Sicilia, evoca una malattia pestilenziale e la partenza degli Ebrei per la Giudea sotto la guida di Mosé senza dare altri dettagli. Ma torniamo alla Bibbia: ricordiamo che, perché il Faraone lasciasse partire gli Ebrei, Mosé colpì l'Egitto con dieci piaghe successive. Crombette, grazie al testo sacro e alla sua cronologia, ha potuto determinare le date di queste piaghe:

  1)  L'acqua cambiata in sangue, 21  gennaio
  2)  L'invasione delle rane, 28  gennaio
  3)  La polvere convertita in zanzare,  4  febbraio
  4)  L'invasione delle mosche, 11  febbraio
  5)  La peste bovina, 18  febbraio
  6)  Le ulcere e i tumori, 25  febbraio
  7)  La grandine,  4  marzo
  8)  Le cavallette che divorano tutto, 11  marzo
  9)  Le tenebre che coprono l'Egitto per 3 giorni,    18  marzo
10)  La morte dei primogeniti la sera del 25  marzo

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figura 1

Dopo quest'ultima piaga: (Es. XII, 31-40) “Faraone, fatti chiamare la stessa notte Mosè ed Aronne, disse loro: Alzatevi, partite di mezzo al mio popolo, voi e i figli d'Israele. Andate a servire il Signore, come avete detto. Prendete le vostre greggi e i vostri armenti, come avete detto; andatevene, e pregate per me! Gli Egiziani fecero pressione sul popolo per affrettare la sua partenza dal paese, perché dicevano: Qui moriamo tutti! Il popolo portò via la sua pasta prima che fosse lievitata; avvolse le sue madie nei suoi vestiti e se le mise sulle spalle. I figli d'Israele fecero come aveva detto Mosè: domandarono agli Egiziani oggetti d'argento, d'oro e vestiti… I figli d'Israele partirono da Ramses per Succot, in numero di circa seicentomila uomini a piedi, senza contare i bambini. Una folla di gente di ogni specie salì anch'essa con loro. Avevano pure greggi, armenti, bestiame in grandissima quantità. Fecero cuocere la pasta che avevano portata dall'Egitto e ne fecero delle focacce azzime (figura dell'Eucarestia) perché la pasta non era lievitata. Cacciati dall'Egitto, non avevano potuto indugiare né prendere provviste. Il tempo che i figli d'Israele abitarono in Egitto fu di quattrocentotrent'anni; dopo di chè tutta l'armata del Signore uscì dall'Egitto in uno stesso giorno”.

Crombette ha potuto ricostruire le sette tappe della marcia degli Ebrei da Ramesse fino al Mar Rosso come mostra la figura 1.

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figura 2

Si vede che cominciarono con l'andare verso il nord a Er Semout, poi ridiscesero verso sud aggirando i Laghi Amari per arrivare in riva al mare ai piedi del Djebel Ataka e di fronte al sito di Aïn Moussa, “la sorgente di Mosé”, sulla riva orientale. Le tappe erano di 28 chilometri circa, il che è del tutto ammissibile per la grande carovana. Andiamo a vedere sulla carta della baia di Suez (figura 2) che esiste un altofondo che non scende sotto i 4 metri tra Ras-el-Abadiyé e le sorgenti di Mosé. È dunque là che gli Ebrei sono potuti passare dopo che Dio, all'ordine di Mosé, aveva abbassato il livello delle acque nel modo che ora studieremo.

Ma ritorniamo alla Bibbia per esaminare quel che ci dice (Esodo, XIV, vv 5 e segg): "Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!. Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese poi seicento carri scelti e tutti i carri d'Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare: tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito si trovarono presso Pi-Achirot, davanti a Baal-Zefon. Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto?"

…Mosè rispose: Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli. Il Signore disse a Mosè: Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto… Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero.

«Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri». L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Ora la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte
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"Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare. Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Allora gli Egiziani dissero: Fuggiamo di fronte a Israele, perché il Signore combatte per loro contro gli Egiziani!. Il Signore disse a Mosè: Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri. Mosè stese la mano sul mare e il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Il Signore li travolse così in mezzo al mare. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno. Invece gli Israeliti avevano camminato sull'asciutto in mezzo al mare, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. In quel giorno il Signore salvò Israele dalla mano degli Egiziani e Israele vide gli Egiziani morti sulla riva del mare; Israele vide la mano potente con la quale il Signore aveva agito contro l'Egitto e il popolo temette il Signore e credette in lui e nel suo servo Mosè". Il Capo Abadiyé, che si trova sulla riva occidentale del Mar Rosso, conserva la testimonianza di questo cataclisma giacchè può comprendersi con il copto: La moltitudine dei cadaveri visti.

Questo inghiottimento dell'armata del Faraone non fu l'unica disgrazia che colpì allora l'Egitto. In effetti, l'egittologo Gauthier cita un'iscrizione di Menfi la quale menziona che l'anno V, al mese di Paôni, il re fu avvisato dell'invasione dei Libici sulle sue frontiere. Un'altra iscrizione di Karnak proclama il trionfo di Amenephtès, o Ménephtah, sui Libici, il 3 Epépi dell'anno V. Ora, questa data cade alcuni giorni dopo il passaggio del Mar Rosso dagli Ebrei. Peraltro, gli storici dell'Egitto hanno notato che, al momento dell'Esodo, questo paese è stato invaso da una mescolanza di popoli quali i Libici, i Sardi, i Siculi, i Tirreni e gli Achèi, che sono stati chiamati genericamente i "Popoli del Mare". Ci dev'essere stata quindi una causa generale per determinare tutta questa migrazione, per non parlare del crollo dell'impero ittita che è datato circa dello stesso anno. Sembra dunque che il gesto di Mosé, fatto su ordine di Dio per aprire il Mar Rosso, abbia causato un cataclisma su tutta la terra, cataclisma che andremo ora a studiare in modo più approfondito.

Riprendiamo la Bibbia per vederci più chiaro: anzitutto il Libro dell'Esodo (XIV, 21-22) che dice: "Avendo Mosè steso la sua mano sul mare, il Signore lo aprì, e, facendo soffiare un vento violento e bruciante per tutta la notte, lo seccò, e l'acqua fu divisa in due." Sembra che il verbo che si è tradotto "aprire" significhi piuttosto "portare, trascinare, ritirare e infine dividere". Si è generalmente pensato che era il vento che ha trascinato via il mare il quale si era separato formando come due mura verticali. Ma ciò è contrario alle leggi dell'idrostatica, e il vento si limitò ad asciugare la sabbia lasciata scoperta dal riflusso del mare. Nel libro di Neemia, l'autore sacro parla anche lui di mura del mare a proposito dell'acqua di un porto, ma si trattava solo dell'acqua che si trovava da ogni lato del guado. E questo è confermato da due Salmi: nel Salmo 77 versetto 13, è detto: Ha interrotto il mare e li ha fatti passare attraverso; Ha trattenuto le acque come in un otre; e al Salmo CXIII il Salmista ci dice: Il mare vide e si ritrasse, il Giordano si volse indietro, i monti saltellarono come arieti, le colline come agnelli di un gregge. Che hai tu mare per fuggire, e tu, Giordano, perché torni indietro? Perché voi monti saltellate come arieti e voi colline come agnelli di un gregge? Trema, o terra, davanti al Signore, davanti al Dio di Giacobbe, che muta la rupe in un lago, la roccia in sorgenti d'acqua. Infine, nel cantico che cantò dopo il passaggio del Mar Rosso, Mosé dice che Gli abissi si sono riuniti in mezzo al mare. Tutte queste citazioni bibliche indicano un maremoto gigantesco accompagnato da sconvolgimenti della crosta terrestre. Crombette ha potuto mostrare che questo maremoto è stato prodotto dall'affondamento di Atlantide nel centro dell'Oceano Atlantico.

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figura 3

Che cosa sappiamo noi di Atlantide? Conosciamo la sua esistenza da Platone nel suo dialogo di Crizia dove Solone apprende la storia dei suoi abitanti e della sua scomparsa improvvisa da un prete egiziano. D'altra parte, nella sezione geografica della sua opera, Crombette ha mostrato che, per ottenere un raccordo esatto tra l'Europa e l'Africa con le Americhe per ricostruire il continente primordiale, bisognava ammettere l'esistenza di una grande isola in mezzo all'Atlantico, isola che sarebbe riemersa nel -2004 e affondata al momento dell'Esodo (figura 3).


La riemersione è riferita da un'iscrizione del Faraone Bochos e spiega molto bene il popolamento dell'America precolombiana dagli abitanti dell'Africa Occidentale, come riportano le tradizioni azteche. Un geroglifico azteco rappresentante un'isola chiamata Aztlan è un'altra testimonianza in favore dell'esistenza di Atlantide. Ricordiamo infine, per chi non conosce l'opera di Crombette, che egli ha mostrato che il globo terrestre è costituito da una crosta esterna dentro la quale Dio ha mosso un certo numero di volte, dopo il Peccato Originale, una “terrella” a forma di pera che ha di volta in volta sollevato la crosta in punti diversi. Al termine del Diluvio, alla fine del quale Dio ha disperso i continenti, la cima della pera si trovava sotto l'Asia del Sud-Est, permettendo così il popolamento dell'Oceania. Dio la portò poi sotto Atlantide nel -2004 e da qui sotto l'Himalaya al momento dell'Esodo, provocando così l'apertura dello stretto di Gibilterra e la scomparsa dell'Oceano Scitico situato in Siberia. Esamineremo più in dettaglio questi sconvolgimenti quando studieremo, alla fine di questa conferenza, il viaggio degli Argonauti. Andiamo adesso a studiare se la data fornita da Solone per la scomparsa di Atlantide si armonizza con quella dell'Esodo. Cosa diceva il prete di Saïs che informava in merito il saggio greco? Fissava il momento della loro conversazione a 8000 anni dopo la fondazione di Saïs, che era posteriore di 1000 anni alla fondazione di Atene. Questo avvenimento risaliva dunque a 9000 anni prima del VI secolo a.C. nel quale viveva Solone. Ora, il prete di Saïs sembra porre l'affondamento di Atlantide tra l'epoca della fondazione di Saïs e quella di Atene. Sembrerebbe dunque, a prima vista, che non vi sia nessun rapporto possibile tra questo affondamento e l'Esodo. Tuttavia è possibile che le unità di tempo impiegate dal prete non siano dei veri anni. Ad appoggio di questa tesi troviamo parecchie tradizioni: Crombette ha potuto mostrare nei suoi lavori egittologici che non c'è data della storia d'Egitto che risalga a prima del 2198 a.C.. D'altra parte, le tradizioni americane localizzano l'emersione di Atlantide a circa 2000 anni prima di Cristo. Infine, l'astronomo Eudosso di Cnido, contemporaneo e discepolo di Platone, riteneva come vera la storia di Atlantide malgrado l'esagerazione dei calcoli cronologici (Diogène Laerce: Vie des philosophes, VIII, 8). È dunque possibile che la cifra di 9000 rappresenti dei periodi più corti dell'anno, perché sappiamo che il termine che designa l'anno in egiziano ha il senso molto vago di periodo e che può dunque applicarsi altrettanto bene alle stagioni, ai mesi, alle decadi, alle settimane e anche a dei giorni. Un studio approfondito del racconto di Crizia alla luce della storia dell'Egitto ci permetterà di vederci più chiaro. Ecco quel che dice Platone: "Vi è in Egitto, nel delta... un certo nòmo1 chiamato Saìtico, e di questo nòmo la più grande città è Sais. Per quelli di questa città, è una certa dea che l'ha fondata; in egiziano il suo nome è Neith, ma in greco, a quanto dicono, è Athena. Essi amano molto gli ateniesi e pretendono di essere in qualche modo loro parenti". Solone raccontò che, essendo arrivato da loro, vi acquistò una grande considerazione e che, siccome un giorno interrogava sulle antichità i preti più sapienti in queste materie, uno dei preti che era molto vecchio gli disse: ... Delle nostre due città, la più antica è la vostra, e di mille anni, perché è stata formata dal seme di Gaïa e di Héphaistos. Saïs fu fondata in seguito; ora, secondo i nostri libri sacri, sono passati 8000 anni dal nostro insediamento. Sono i vostri concittadini di 9000 anni fa che vi farò conoscere, con le loro imprese più gloriose…".

C'è in questo discorso qualcosa di anomalo: in effetti, noi sappiamo che Neith è Maia ed Héphaistos è Chasluim, suo figlio. La città della madre deve dunque essere anteriore a quella del figlio, ed esse non possono in nessuno modo distare fra loro 1000 anni. Diodoro di Sicilia scrive che gli Egiziani pretendono che gli Ateniesi discendono da una colonia di Saïs. Tutta la tradizione antica proclama che Atene fu fondata dall'egiziano Cécropo e non da Héphaistos (Efesto). Crombette ha mostrato, nel suo tomo 8 del Libro dei Nomi dei Re d'Egitto, che questa fondazione ebbe luogo verso il 1557. In quanto a Saïs, ha dovuto essere fondata tra il 2198 e il 2176 poiché Maia2, a quest'ultima data, dovette fuggire in Alto-Egitto a causa del suo peccato. Le cifre citate da Platone sono dunque non solo inesatte, ma anche male applicate.

Cerchiamo ora di fissare la data della conversazione di Solone col sacerdote di Sais. Il saggio greco fu nominato arconte nel -594; dopo aver dato le leggi ad Atene e averne sorvegliato l'applicazione, abbandonò il potere e, nel 561, si mise a viaggiare in Egitto e in Asia Minore. Siccome è detto che acquisì in Egitto una grande considerazione, Solone dovette certo soggiornarvi per un certo tempo. É dunque logico situarne il racconto dopo il 561, cioè giusto 1000 anni dopo la fondazione di Atene.

Lo storico Berlioux, nel suo studio sugli Atlantidi, mostra che era il re di Atene Teseo che li combatteva nel momento dell'affondamento di Atlantide. Ora, Teseo salì sul trono nel -1229, ossia tre anni prima dell'Esodo, e ciò conferma appunto il racconto del prete di Saïs: "Ora, in quest'isola Atlantide, dei re avevano formato un impero grande e meraviglioso. Questo impero dominava non solo sull'intera isola, ma anche su un gran numero di altre isole e su porzioni del continente. Inoltre, dalla nostra parte, esso comprendeva la Libia fino all'Egitto e l'Europa fino al Tirreno. Ebbene, questa vasta potenza, riunendo tutte le sue forze, intraprese un giorno di asservire in un sol colpo il nostro paese, il vostro, e tutti i popoli situati da questa parte dello stretto. É allora, o Solone, che la vostra città fece splendere agli occhi di tutti il suo eroismo e la sua energia... Alla testa dei greci prima, poi da sola per la defezione dei suoi alleati, essa sfidò i più grandi pericoli, vinse gli invasori, innalzò dei trofei, preservò dalla schiavitù dei popoli che non erano ancora asseviti e, senza risentimento, liberò tutti gli altri popoli e noi stessi che abitiamo all'interno delle Colonne d'Ercole. Ma, nei tempi che seguirono, vi furono dei terremoti spaventosi e dei cataclismi. Nello spazio di un solo giorno e una notte fatale, tutta la vostra armata fu inghiottita in in sol colpo sotto la terra, e anche l'isola Atlantide si inabissò nel mare e disparve."

La data del 1226 è dunque molto indicata per marcare l'affondamento di Atlantide. Se il sacerdote di Saïs ha preso come unità di tempo i mesi al posto degli anni, 8000 mesi rappresentano circa 666 anni, che, dedotti dalla data dell'Esodo, -1226, ci conducono al -559, ossia all'epoca del soggiorno di Solone in Egitto. Applicando la stessa misura ai 1000 anni anteriori, otteniamo 83 anni che, sommati a -1226, ci portano al -1309. Cosa rappresenta questa data? Il sacerdote di Saïs dice che Atene è stata fondata dalla semenza, cioè dalla discendenza di Efesto, ma fa allora confusione tra il Phtah egiziano e il sesto re di Atene nell'ordine cronologico a partire da Cècrope I. Siamo così riusciti a mostrare l'origine delle incomprensioni del racconto riportato da Platone.

Non ci estenderemo sulla parte geologica del lavoro di Crombette, nel tomo 9 del Libro dei nomi dei re dell'Egitto dove mostra calcoli e schemi ad appoggio della realtà dell'affondamento di Atlantide e del correlativo sollevamento del Himalaya, se non per dire che in quel momento della storia la geografia dell'Europa e dell'Asia è stata largamente sconvolta. Come abbiamo già detto, l'oceano Scitico, che ricopriva l'attuale Siberia si è svuotato, l'aspetto della Manica e del mare del Nord si è modificato, lo stretto di Gibilterra si è aperto; in Africa, il Sahara è stato abbassato nella sua parte occidentale ed è diventato un deserto, etc... Esiste una testimonianza oculare di questo sconvolgimento: è il viaggio degli Argonauti raccontato da Orfeo. Crombette ha dimostrato che questo viaggio è avvenuto al momento dell'Esodo e dell'affossamento di Atlantide e che gli eroi che vi hanno partecipato sono stati i primi testimoni del cambiamento della geografia europea.

Vediamo cosa dice Vivien de Saint-Martin nella sua Storia della Geografia a proposito del racconto di Orfeo: "Nessun avvenimento dei tempi eroici, nemmeno l'assedio e la presa di Troia, ebbe più risonanza. Omero applica alla nave Argo, che trasportava gli Argonauti, l'epiteto di memorabile "presente al ricordo di tutti". Esiodo, quasi contemporaneo di Omero (tutti e due sono posteriori di circa trecento anni alla guerra di Troia, secondo il marmo di Paros), nella sua Teogonia, ricorda anche lui la spedizione di Giasone... Un gran numero di poeti che, per lo più, ci sono noti solo di nome e di cui molti sono molto antichi, avevano in effetti preso la tradizione argonautica come soggetto per i loro canti. Di tutti questi poeti, il più antico e senza dubbio il più celebre, è quello che l'antichità ha conosciuto sotto il nome di Orfeo. Si è messa in dubbio, non solo l'autenticità dei poemi òrfici, ma perfino l'esistenza di un bardo che abbia portato questo nome. É un dubbio che l'alta antichità non conobbe. Pindaro, pronunciando il nome di Orfeo, lo chiama "il padre dei canti lirici, il poeta giustamente celebrato"; questa testimonianza è del 500 a.C… Un' Argonautica attribuita a Orfeo è comunque giunta fino a noi… Noi non abbiamo l'opera primitiva, senza dubbio, ma ne abbiamo un'immagine che dev'esserne in gran parte la riproduzione fedele. É un documento al quale si è in diritto di attribuire un valore veramente storico. L'antichità ci ha trasmesso tre poemi argonautici: quello che porta il nome di Orfeo, quello di Apollonio di Rodi, che è una composizione alessandrina del III° secolo a.C. (dell'anno 220 o giù di lì), e infine il poema latino di Valerio Flacco, opera della fine del I° secolo dell'èra cristiana che non è, a dire il vero, che una parafrasi del poema di Apollonio. Se si comparano queste tre opere è impossibile non essere colpiti dalla loro assoluta differenza. Le due ultime sono certamente dei veri poemi secondo le prescrizioni, oserei dire secondo le formule classiche... Niente di simile nel poema òrfico, che è certo l'opera didattica dei tempi antichi... É una copia, ma una copia modellata sullo stampo antico. O piuttosto ne è un ringiovanimento, come quelli che noi accettiamo oggi quando si trasporta nella nostra lingua attuale le nostre antiche narrazioni oggi illeggibili". Questo giudizio di Vivien de Saint-Martin ha tanto più valore per noi perché questo autore, imbevuto di idee attualistiche e non concependo per l'Europa e l'Asia altro tracciato generale che quello moderno, aggiunge: «É del resto una ben strana geografia quella del poema òrfico». Vivien era lungi dall'immaginare che la geografia del poema fosse una geografia reale ma diversa da quella di oggi.

Ricard, nella sua traduzione de Vite di Uomini Illustri di Plutarco, pone la spedizione degli Argonauti in Colchide nel -1228. Come risulta dal racconto che ne è fatto, questa impresa durò parecchi anni; è dunque contemporanea all'Esodo. Ricordiamo subito sommariamente le circostanze che favorirono questo viaggio. Giasone, figlio di Esòne, re di Iolco, fu allevato sul Pélio dal centauro Chiròne. Approfittando della sua giovane età, suo zio Pélia aveva usurpato il trono. Questi, avendo consultato l'oracolo in merito alla stabilità del suo potere a Iolco, ricevette l'avviso di tenersi in guardia dall'uomo che gli sarebbe comparso davanti con un solo sandalo. Era in procinto di celebrare una festa in onore di Poseidone quando Giasone si presentò a lui con un solo sandalo: aveva perso l'altro attraversando a guado le acque ingrossate del fiume Anauros. Immediatamente Pélia comprese di aver davanti a sè il nemico segnalato dall'oracolo. Giasone fece valere i suoi diritti al trono. Pélia promise di cedergli il regno se gli avesse riportato da Colchide il vèllo d'oro del montone che era stato portato là da Frisso di Acaia, e che Frisso, in quel paese, aveva consacrato come offerta al dio Ares. Giasone consultò l'oracolo che lo incoraggiò a tentare l'impresa chiamando in suo aiuto la più nobile gioventù di Grecia, e cinquanta dei più distinti risposero al suo appello; tra loro c'era Ercole, considerato da Diodoro come quello che, per la maggior parte del percorso, fu il vero capo della spedizione; il mago Orfeo, figlio del re di Tracia, ne fu il cantore.

Andiamo ora a precisare il punto di partenza della spedizione: Argo, figlio di Frisso, diretto dalle ispirazioni di Atèna, fabbricò il vascello e fece entrare nella costruzione della prora un frammento di legno proveniente dalla celebre quercia di Dodonè, che era dotata della facoltà di parlare. Dodonè si trovava nel nord della penisola balcanica, verso il 40° parallelo; Atene, di cui Atèna era l'epònima, si trova sul 38°. A uguale distanza da questi due punti e al centro della retta che li unisce, noi vediamo, al fondo del golfo di Zeitun, vicino alle Termòfili, la città di Eraclea. Là dovette operarsi la concentrazione dei materiali destinati alla costruzione della nave; il fondo di questo golfo riparato fu il cantiere navale degli argonauti, e non è per niente che la città che qui esisteva aveva preso il nome del personaggio più celebre dell'epopea, Ercole. Non dobbiamo rigettare la leggenda solo perché vi si fa parlare un legno di quercia. Anche gli indigeni dell'isola di Pasqua davano il nome di "legni parlanti" alle tavolette coperte di segni magici con le quali i maghi si facevano forti di determinare se le persone che venivano a consultarsi da loro avrebbero o no avuto fortuna nelle loro imprese.

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figura 4

Ma possiamo riuscire a determinare l'epoca della partenza? Quando Pélia invitò Giasone ad andare a conquistare il vèllo d'oro, aveva appena celebrato una festa a Poseidone. Il mese dedicato a questo dio era il sesto del calendario àttico, corrispondente al periodo dicembre-febbraio. È dunque verosimilmente all'inizio dell'anno 1228 che fu fatto questo invito. La partenza ha dunque dovuto effettuarsi verso la metà dell'anno, mettiamo all'inizio del luglio 1228. Andiamo ora a leggere il poema degli Argonauti (in colore verde) e darne via via il commento di Crombette. La carta mostra una parte dell'Eurasia e indica la cornice dove si svolgerà la spedizione (figura 4).


O Signore che governi Pito, buon arciere, profeta al quale è toccata la roccia parnassiana dalla vetta scoscesa, io canto il tuo potere... Tu sentirai dalla mia voce ciò che ti ho inizialmente nascosto: come un tempo il capo degli eroi e dei semidèi attraversò la Pieria e le alte vette dei Leibetri, e mi pregò di aiutarlo nel suo viaggio su una nave d'alto mare verso delle tribù di uomini inospitali, ... fino alla nazione ricca e orgogliosa che governava Eeta, figlio del sole che rischiara i mortali.

Commento: questo prologo si indirizza a Muse, discepolo di Orfeo e primo sacerdote dei misteri di Eleusis. Il capo degli eroi dell'avventura è qui Giasone. La Pieria è una provincia costiera a nord della Tessaglia e che bisognava attraversare per portarsi da Iolco in Tracia dove abitava Orfeo, figlio del re di quel paese. La Tracia è attraversata dalla catena dei monti Rodofei la cui sommità... raggiunge i 2275 metri. É a questi monti che Orfeo dà il nome di Leibetri, dove possiamo vedere la radice greca Elibatos, scosceso, ripido, unita al nome del paese, Thrès per Tracia: "Le scoscese di Tracia". É dunque una perifrasi di Orfeo per designare la ripidità delle chine di questa catena. La nazione ricca e orgogliosa che governava Eeta era quella dei Colchi. L'oro di Colchide era reputato nell'antichità, così come le sue pietre preziose e le sue ricchezze di ogni tipo. Questo paese si trovava in fondo al mar Nero.

Giacchè Pelia temeva gli oracoli; egli aveva paura che il potere reale gli fosse tolto per mano del figlio di Esone... E ordinò di portare da Colchide, nella Tessaglia dai buoni cavalli, il vèllo d'oro.

E Giasone, quando ebbe sentito questa parola ingiusta, tese le mani e chiamò la venerabile Éra, che chiamò Tritogenie a cui diede i suoi ordini. Essa fabbricò subito una nave di quercia che, per prima, con l'aiuto di rami di abete, attraversò gli abissi salati e aprì le vie del mare.

Commento: è a Era che si rivolge Giasone ed è lei che dà gli ordini per la costruzione della nave; doppia indicazione che mostra appunto che è a Eraclea, città consacrata a Era, che ebbe luogo la costruzione della nave. Non era la prima nave che si azzardasse sul mare, ma fu forse la prima che combinasse sistematicamente la navigazione a vela con la propulsione di molti rematori. Inoltre, fu la prima a percorrere certe vie d'acqua.

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figura 5


Allora Era, sposa di Zeus, inviò un vento sibilante e Argo si affrettò a vogare... Quando l'alba sacra, salendo dai flutti dell'Oceano, aprì il levante e la Figlia del mattino la seguì apportando ai mortali e agli immortali la dolce luce, allora le guardie e il picco ventoso del Pelio boscoso apparvero dalla riva ... essi abbordarono rapidamente alla riva ripida... Gli eroi minii uscirono e cessarono di penare.

Commento: La partenza da Eraclea dovette aver luogo qualche ora prima dell'alba, giacchè, al levar del sole, giunsero nel golfo di Volos (=Iolco) in fondo al quale appariva da lontano l'imponente vetta del Pèlio con i suoi 1551 metri di altezza. Le guardie erano forse dei turni di guardia messi all'entrata del golfo. Da Eraclea a questo punto, bisogna contare 60km di percorso (vedi figura 5)

L'insolente Pelèo cominciò ad arringarli in questi termini ... È là che, in una caverna, abita Chirone, il più giusto dei centauri che furono nutriti a Pholoè e sulle cime elevate del Pindo.

Commento: Gli eroi fecero dapprima un approccio rispettoso presso il centauro Chirone, l'educatore di Giasone, residente a Pholoè, che può essere la località di Pheræ, situata a poca distanza da Iolco. I centauri erano un popolo di uomini dai costumi rudi, viventi tra il Pèlio e l'Ossa, e che dovevano essere dei cavalieri emeriti, più spesso a cavallo che a piedi. La Tessaglia, di cui ne occupavano una parte, era detta, d'altronde, la Tessaglia dai buoni cavalli. É un cavaliere, Pelèo, che arringa gli argonauti, ed egli doveva essere originario della regione giacchè il suo nome ricorda quello del Pèlio. La catena del Pindo domina la Tessaglia a ovest; i centauri, che ne occupavano le cime (1550m in quel punto, 2575m più oltre) erano anche degli arditi montanari. Si capisce dunque che, formato alla loro scuola, Giasone abbia appreso tutto quel che serviva per divenire un capo di avventurieri.

Ma quando fummo partiti dalla caverna in fretta ... quando tutti furono arrivati alla riva ed entrati nella nave, si sedettero ai loro primitivi posti... Lasciata la punta di Pissa e la riva di Sepiade, apparve Sciato, e la tomba di Dolope e la marittima Homolè e il corso del torrente dilagante verso il mare che spande attraverso un grande paese le sue acque tumultuose.

Commento: il soggiorno degli argonauti in questo luogo non fu che una sosta breve; è "in fretta" che lasciarono la caverna che era l'abitazione sommaria di Chirone. Uscendo dal golfo di Volo, essi passano prima davanti all'isola e alle scogliere di Pithou, che devono essere la punta di Pissa di Orfeo. Sepiade è il capo che termina verso est la bizzarra penisola di Trikeri che barra l'entrata del golfo di Volo. Di fronte a questo capo, si stende l'isola di Skiathos che Argo dovette doppiare alla sua destra, mentre alla sua sinistra, sulla costa greca, passava di fronte a Magnesia dove si trovava la tomba di Dolope, figlio di Mercurio, che vi morì. Quanto alla marittima Homolè, noi ne vediamo il ricordo nel capo Amoni, che termina a nord-est la lunga isola di Eubèa. Giunti là, i navigatori avevano coperto nella giornata una distanza di 300km a vela e a remi (giacchè Orfeo ci ha detto che Hèra li aveva favoriti di un vento forte e anche che erano ai loro banchi di rematori). Questo percorso costituiva per l'epoca un vero record di velocità che però non ha nulla di inverosimile poiché Teocrito fa percorrere in 3 giorni ad Argo la distanza da Iolco all'Ellesponto. Gli argonauti dovettero prendere un riposo notturno ben meritato in questa deliziosa vallata di cui Virgilio ha celebrato la bellezza.

I Minii scorsero le cime inaccessibili delle rocce elevate dell'Olimpo; essi contornarono l'Athos coperto d'alberi, la larga Pallène e la molto divina Samotracia, dove sono le stupende cerimonie degli dèi ... Su mio consiglio, gli eroi vi si recarono ... Noi facemmo abbordare la nave rapida alle rocce corrugate di Sinti, nella divina Lèmno.

Commento: L'indomani mattina, essi voltarono risolutamente le spalle all'Olimpo, costeggiarono la riva meridionale della penisola di Pallène (oggi Kassandra) che termina a ovest la Calcidica e abbordarono all'isola di Samotracia, celebre nell'antichità per i terribili misteri dei Cabìri che vi si praticavano. Ma si limitarono a sacrificarvi senza attardarsi. Ripresero dunque il mare e vogarono verso sud terminando la loro seconda tappa di 300km, il che li condusse a un gruppo di piccole isole rocciose molto vicine a Lemno che si chiamano Sidiriti; sono senza dubbio quelle che Orfeo designa con la perifrasi poetica di rocce corrugate di Sinti. Là sbarcarono per davvero.

Là, delle opere malvagie erano state fatte dalle donne; esse avevano, in effetti, per i loro crimini, fatto perire i loro mariti, e l'illustre Issipile, la più bella delle donne, le governava secondo i loro desideri... Per attrattiva d'amore, Giasone avvinse Issipile, ed essi si unirono gli uni alle altre. Ed avrebbero dimenticato il viaggio se non fossero stati allontanati e incantati dalla magìa delle mie preghiere...

Commento: Gli argonauti appresero allora che le donne di Lemno avevano ucciso i loro mariti che le brutalizzavano e le tradivano. Si azzardarono tuttavia a passare nella grande isola vicina e, dopo alcune difficoltà preliminari, vi furono talmente ben accolti che dimenticarono lo scopo del loro viaggio. Orfeo dice sì che li richiamò alla realtà, ma si guarda bene dal precisare in che momento egli dimostrò più vigilanza dei suoi compagni; è che, anche lui, fece all'inizio come gli altri. Ora, la regina Issipile ebbe il tempo di dare a Giasone due figli (che possiamo supporre gemelli). Ciò significa che i greci soggiornarono a Lemno almeno 10 mesi. É il termine che noi adotteremo e che ci porta, per la ripresa del viaggio, all'inizio del maggio 1227.

Da là, fu nell'Ellesponto che con l'aurora il soffio favorevole e forte dello zeffiro ci portò al di là dello stretto Abydo verso Illion di Dardania, avendo a destra Pitya dove, con le sue onde argentate, l'Aisèpos bagna la terra piena di spighe di Abarnis e di Percotè… Ma quando fummo abbordati sulla sabbia, allora Tifi, il pilota del battello, e il nobile figlio di Esone e anche gli altri Minii drizzarono, per Tritogenie dagli occhi verdi, una pesante pietra, là dove le ninfe versano dei bei ruscelli ai piedi della fontana Artacia. Ecco perché, navigando sul largo Ellesponto, gli eroi incontrarono un calmo sereno all'interno del golfo… Là, preparando sui promontòri della spiaggia i pasti e un riparo, ognuno pensò a cenare.

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figura 6

Commento: Da Lemno, gli argonauti si recarono nell'Ellesponto (i Dardanelli) la cui entrata è situata a circa 70km dall'isola testè lasciata. Lo raggiunsero all'aurora. Passarono non lontano da Troia (Illion) e da Dardanus, contornando il brusco gancio che fa lo stretto di fronte ad Abydos. I navigatori approdano non lontano da là, vicino alla fontana Artacia dove erigono una pesante pietra in onore di Tritogènie o Atèna, a cui essi attribuiscono e da cui sperano il buon esito del loro viaggio. Artacia è l'Artaki (o Erdek) moderna, a sud della penisola di Cizico, nel mar di Marmara. Troviamo, ancora una volta, una tappa quotidiana di circa 300km. (vedi figura 6)

Appena messi a tavola, sopraggiunse l'eroe Cizico che regnava sui Dolopi delle vicinanze ... egli onorò dunque della sua ospitalità tutti i Minii… Ma siccome Titano si tuffava nel corso dell'oceano... sopravvennero degli uomini bellicosi che abitavano nelle montagne del nord... simili ai vigorosi titani e ai giganti; ciascuno aveva sei mani che partivano dalle spalle... A questa vista, i re invincibili si lanciarono al combattimento... il robusto figlio di Zeus li uccise a colpi di frecce. Ma, nello stesso tempo, egli fece perire il figlio di Eneo, Cizico, senza volerlo... Era nel suo destino di essere ucciso da Eracle.

Commento: Non lontano da Artacia, nella strozzatura della penisola, si trovava la capitale del re Eneo che regnava su quelli che Orfeo chiama Dolopi e che devono essere i Dolioni. Eneo, avvertito, va dai greci e li tratta cordialmente. Tuttavia la loro riunione fu turbata dall'arrivo di avversari venuti dalle alture. I greci li uccisero ma nello stesso tempo, nell'oscurità, Ercole non si accorse di uccidere il figlio di Eneo. Lo sfortunato principe fu inumato nella capitale che porta il suo nome. I funerali del figlio del re dovettero naturalmente trattenere qualche tempo i viaggiatori a Cizico.

Dalla cima del Dindimo, Rea inviò un vento diretto ... da Peismatia, dove si slegarono gli ormeggi che trattenevano Argo. Quando il vento ebbe riempito le vele della nave, questa si slanciò, fendendo le onde salate del mare; essa costeggiava da vicino il confine della terra misiana; prontamente, nella sua corsa, superò le bocche del Rindaco; entrò nel bel porto sabbioso e approdò alla riva. Nei dintorni appariva la collina di Argantos e i suoi vasti picchi rocciosi. (Qui si situa la perdita di Hyla, che Eracle ricerca).

Commento: Poco dopo, essi entrarono nella foce del Rindaco, fiume di Misia. È là che Hila, compagno favorito di Ercole, fu rapito dalle ninfe di una fontana; cioè, senza dubbio, annegò nel lago di Ulubad. Ercole lo ricercò e quindi vi fu nuova perdita di tempo. Tenuto conto del tempo perso, quel giorno i navigatori coprirono meno di 100km.

All'aurora, arrivammo a una terra funesta dove Amycos regnava sui Bèbrici orgogliosi che non si curavano della legge di Zeus che ispira tutti gli oracoli... Il vigoroso Polluce lo annientò... Quanto al popolo dei Bèbrici, i Minii, con le loro armi di bronzo, li sterminarono. Partiti di là, spingendo sui remi, abbordammo su una costa scoscesa e profonda, nella grande città dei Bitinii, e affrettandoci verso l'imboccatura, nelle foreste bianche di neve, accampati la sera all'aria aperta, preparammo i nostri pasti.

Commento: L'indomani mattina, gli argonauti si rimisero alla vela e arrivarono poco dopo nel paese dei Bèbrici, che erano senza dubbio gli abitanti della zona dove si trova attualmente la città di Brousse. La guerra dovette essere lunga, anche se contro gente male armata. E ciò che lo prova è che, partendo di là, quando gli argonauti arrivarono alla grande città dei Bitinii, Nicomedia, che è separata dal paese dei Bèbrici solo dai monti Argantoni, essi trovarono le foreste bianche di neve. Si era dunque apparentemente all'inizio del dicembre 1227, e il soggiorno degli argonauti nel mar di Marmara era durato 7 mesi.

Là, un tempo, Pinèo, dalle funeste nozze... aveva reso ciechi i suoi due infanti... I due figli dell'illustre Borea li salvarono e resero loro la vista; essi inflissero a Pinèo il castigo per la sua terribile collera privandolo del chiaro della luce. Poi, l'impetuosa Borea, in turbinii di tempesta, lo sollevò e lo fece girare tra gli alberi e le foreste di Bistonia perché vi subisse la morte e un destino funesto.

Commento: Tra i Bitinii, essi incontrano Pinèo, poeta cieco, di cui Orfeo riassume le precedenti avventure in Tracia (Bistonia, a sud della Tracia)

Dopo aver lasciato la dimora di Pinèo l'Agenòride, sul gran vortice del mare, arrivammo vicino alle rocce Cianèe, di cui mi aveva parlato un tempo mia madre, la saggia Calliope. Esse non possono sfuggire alla loro sorte penosa, ma, spinte dalle bianche tempeste dei venti, precipitate l'una contro l'altra, esse si urtano nella loro corsa. Il mare e il vasto cielo sono riempiti dal fracasso dei marosi che si infrangono e delle onde che si sollevano, e l'onda infinita gronda in flutti ribollenti... Le rocce inaccessibili si allontanarono l'una dall'altra; il flusso grondante rifluì; l'abisso cedette il posto alla nave... E quando la chiglia parlante si fu precipitata per l'entrata dello stretto attraverso le rocce Cianèe, subito esse si radicarono al fondo e vi rimasero fissate per sempre. Così avevano filato i potenti Destini.

Commento: sembra risultare dal testo che, fino alla fine dell'anno 1227 a.C, quel passaggio era reputato estremamente pericoloso, se non impraticabile, e che è solo dopo quest'epoca che non lo è più stato. Vi fu dunque in quel momento un fenomeno tettonico che allargò il passaggio, e non può che essere lo stesso che ha sollevato le soglie dell'istmo di Suez e aperto lo stretto di Gibilterra, in altre parole l'affondamento di Atlantide.

Allora, fuggiti alle amare prove della morte, arrivammo alla foce del Rhebanos, a una costa scoscesa e nera al di là della lunga isola Tinéide. Lontano da essa, il pescoso Tembrios deborda su delle rive verdeggianti, e il Sangrios, che si getta nei flutti dell'Eusino. Dopo aver remato per avvicinarci alla riva, abbordammo presso il corso del Lico dove, sul suo popolo, regnava Lico che portava il nome del fiume... Là il destino fece perire due uomini, Idmone l'Ampicida e il pilota Tifi...

Commento: Felicemente superato il Bosforo, ma al rallentatore, gli argonauti scorsero un piccolo corso d'acqua costiero, il Rhébanos, che è il Riva-Deré, il quale si getta nel mar Nero presso l'uscita dello stretto. Un po' più lontano, incrociarono la foce del Tembrios, che dev'essere il Kandra, e quella del Sangarios, il Sakaria, già più importante, tutti due tributari del mar Nero o Ponto-Eusino. Essi sbarcarono infine al Lico (Lycos) che noi crediamo di poter identificare con il Kilidj, fiume che si getta a Erekli, nome turco di Eraclea e testimonianza del passaggio degli argonauti da questo luogo. Malgrado le difficoltà che presentava la traversata del Bosforo, i navigatori avevano nondimeno ritrovato l'eccellente andatura di 300km al giorno. Là, due degli argonauti, tra cui il pilota, perirono. La loro sepoltura ritardò certo di qualche ora la partenza dell'indomani.

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figura 7

Ancéo..., esperto nell'arte nautica..., prese in mano la barra del timone dirigendo la nave verso il corso del Parthénius... Da là, costeggiando l'estremità del promontorio, arrivammo al paese dei Paflagòni; ma Argo lo superò nella sua corsa sul grande abisso e arrivò al capo di Carambis, là dove sono il Termodonte e il corso dell'Halys, che getta sulla spiaggia i turbinii d'acqua salata che trascina.

Commento: La tappa seguente fu dunque di 200 kilometri. Superata dapprima la foce del Parthènius, l'attuale Bartin, poi si arrivò al paese dei Paflagòni, che si superò per arrivare in fretta al capo Carambis (Kerembe). (vedi figura 7)

Allorchè avanzammo più in basso, all'opposto dell'Orsa Boreale, trovammo i lunghi nodi di Thèmiscire Doiantide; vicino, vi sono le città delle Amazzoni domatrici di cavalli; i Calibi, i popoli Tibarèni e le nazioni Bèchire mescolate ai Mosseni, abitano attorno alla piana. Navigando sulla sinistra, abbordammo a delle spiagge dove erano i Macri, limitrofi dei Mariandini.

Commento: Dopo essersi riposati la notte al capo Carambis, i navigatori passarono, senza fermarsi, il doppio capo in fondo al quale è Sinope, superarono il corso possente dell'Halys o Kizil-Irmak, e arrivarono al fiume delle Amazzoni che Orfeo chiama Thèmiscyre Doiantide. Il Thémiscyre potrebbe significare "il punto d'incontro dove si mischiano i Tschai" di cui uno bagna la città di Amasia, la capitale delle Amazzoni. In questo percorso, gli Argonauti costeggiano le coste a sud dalle quali, e di conseguenza all'interno delle terre, "all'opposto dell'Orsa boreale" dice Orfeo, ci sono le Amazzoni, i Calibi, i Tibareni, i Bèchiri e i Mosseni, popoli dei quali si possono ritrovare le tracce nei nomi moderni delle località. Proseguirono la loro navigazione fino al confine tra i Macri, che ritroviamo a Makriali, e i Mariandini. Questa giornata è stata piena quanto le precedenti poiché ha contato un po' più di 300 chilometri.

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figura 8


Più in basso, si stende la lunga gola di Hèlicè; là, ai piedi delle montagne, un cerchio di valloni si distingue in lontananza, al di là del fondo del largo golfo; là è il monte scosceso di Symè e una vasta prateria verdeggiante; là le onde grondanti del fiume Arasse; da là scendono il Termodonte, il Fasi e il Tanais, dove sono le illustri tribù dei Còlchi, degli Enioquei e degli Arassi.
(figura 8)

Commento: Orfeo dà qui una descrizione dell'entroterra del paese di cui visita la costa. Senza dubbio lo fa perché questo sito è di un'importanza particolare. A sud (più in basso, dice lui) si stende la lunga gola di Hèlicè, dove, in un cerchio di valloni, dallo scosceso monte Symè, prendono nascita l'Arasse, il Termodonte, il Fasi e il Tanais. In effetti, dietro la catena costiera, che raggiunge i 3700m, si vede un semicerchio di monti meno elevati (3000m), i "valloni" di Orfeo, dietro i quali si trova la città di Ilidja, di cui i greci hanno fatto Hèlicè, in una larga vallata in cui si vede anche la città di Samou. L'altro versante della vallata è costituito da una catena di montagne che raggiungono in questo punto 3367 metri, ma che, verso nord-est, va a raggiungere l'immenso Ararat dai 5211 metri di altezza.

Siamo dunque al punto da cui partivano i quattro fiumi che bagnavano la terra al tempo del Paradiso terrestre: il Fison, il Ghèon, il Tigri e l'Eufrate, ed ecco perché Orfeo ha per il luogo una citazione speciale. Da là partono ancora, in effetti, il Tschorok, l'Arasse, l'Eufrate e il Kelkid-Tschai. Tuttavia, i nomi dei fiumi citati nel poema non sono quelli della Bibbia, solo il Fasi (Phase) riproduce il Physon ebraico, e giustamente questo nome di Fasi non è generalmente dato al Tschorok, che nasce non lontano da là, ma piuttosto al Rion che discende dal Caucaso e che si getta nel mar Nero un po' a nord del Tschorok. Chi dunque ha ragione, Orfeo o i moderni? In ebraico, il Physon trae il suo nome dalla radice Pish, che significa avanzare orgogliosamente, che è aumentato, ingrossato, largo, esteso; tutti questi termini indicano un corso d'acqua vasto, maestoso, che ben si addiceva ad uno dei quattro fiumi che bagnavano tutta la terra prima del peccato Originale e delle dislocazione al Diluvio. Che Orfeo gli conservi questo nome benchè quel che ne resta vicino all'origine sia ben poca cosa rispetto a quel che era all'inizio, prova che noi abbiamo ragione di vedere il Phison nello Tschorok. Come d'altronde si spiega questo nome? Il copto, lingua antica vicina alla lingua universale, lo indica: Potente-Abbondante, Spazioso, Considerevole, Grande, Esteso, il che corrisponde perfettamente al senso dell'ebraico. L'Arasse è ben localizzato, e non è il Tigri. Tuttavia l'Arasse era originariamente il primo affluente importante del Tigri quando quest'ultimo scorreva verso nord per quello che è attualmente il mar Caspio; discendente come lui dall'imponente Ararat, era come una seconda sorgente del Tigri. Quanto al Tanais, ci si scandalizzerà se noi vogliamo farne l'Eufrate, poiché tutti sanno che Tanais è il nome greco del fiume russo chiamato Don. Ma donde viene il nome del Tanais russo? È il nome greco il più antico, o il primitivo è Don? Noi pensiamo che è quest'ultimo, e siccome il Don si getta nel mar d'Azov ai piedi dei monti Donez, noi vediamo in questo Donez l'origine del nome greco di Tanais applicato al fiume, assimilazione tanto più ammissibile poiché Tanaos significa allungato, e il Don, con i suoi 2100 km di corso, può ben essere considerato come un grande fiume. Infine il Kelkid-Tschai può essere considerato come un Termodonte. È solo vagamente che il nome Tschai richiama quello del Ghéon del Paradiso terrestre, e se questo fiume è visibilmente da identificare con il Djihoun che si getta nel golfo di Alessandretta, questo e il Kelkid-Tschai sembrano non avere niente di comune. Tuttavia, se si segue attentamente il corso del Kelkid-Tschai, si nota che, arrivato a Ienidje, riceve una derivazione che quasi tocca dall'altra parte il Kizil-Irmak nascente; a questa giunzione, un'enorme massa di lava indica un sollevamento recente del suolo. Se noi passiamo per questa via a quest'ultimo fiume, arriviamo, all'altezza di Kaisarie, ad un'altra derivazione costituita da una corona di laghi che contornano l'Erdjidjas Dagh e che ha potuto benissimo, nel passato, stabilire una comunicazione col Seihoun, che senza dubbio non poteva che essere un affluente del Ghéon, rappresentato dal fiume vicino al Djihoun con il quale ha potuto un tempo comunicare nella regione di Adana, zona alluvionale recente. Se-choun significa d'altronde: "Che versa dentro" e Dji-choun "Che riceve dentro". Abbiamo dunque qui, forse, l'alto corso dell'antico Ghéon di cui Orfeo ci ha marcato la sorgente. Per di più, è verosimile che il corso del Kizil-Irmak, a partire da Kaisaire, segua una via nuova giacchè, non solo piega bruscamente di 90° a ovest, ma tutta questa regione è formata da rocce vulcaniche che rivelano uno sconvolgimento tardivo del suolo.

Procedendo lungo questa costa arrivammo ai porti, affondati nelle terre, degli Ouri, dei Chidnai, dei Charandai, dei Solymi e dei popoli Assiri, al gomito roccioso di Sinope, agli abitanti di Filira e alle numerose città dei Sapiri; poi, vicino ad essi, ai Bizeri e alle tribù inospitali dei Sigymei. Sotto il soffio del vento, Argo volava a piena vela allo spuntar del giorno... verso l'estremità dell'Inospitale, lungo il bel corso del Fasi. Ma quando avemmo passato le bocche del fiume dal corso placido, subito apparve la corona delle forti mura di Eeta e il bosco sacro, dove il vèllo d'oro era appeso a una quercia dai frutti fitti come grandine.

Commento: Quando gli argonauti riprendono la navigazione, passano davanti all'habitat dei Colchi, il popolo di Colchide, poi davanti agli Hènioquei, di Gounieh o Gonia; agli Araxi, dal nome del fiume che bagna la regione. Arrivati a questo punto, abbiamo superato la foce del fiume Tschorok e siamo a non più di 50 Km da quella del Rion, il corso d'acqua che bagnava la capitale di Eeta, Aia, la moderna Koutaïs. In questo intervallo, avremmo appena il posto per alloggiare un nuovo popolo. La riva qui è bassa e non presenta nessuna anfrattuosità. Ed ecco che Orfeo ci dice che, costeggiando la riva, si arriva ai porti incassati nelle terre degli Ouri, dei Chidnai, dei Charandai, dei Solymi, dei popoli Assiri, di Sinope, degli abitanti di Filira, e alle numerose città dei Sapiri, dei Bizèri, alle diverse tribù dei Sigymei, e tutto questo mondo deve trovar posto con i suoi porti prima di arrivare da Eeta che pur sembra molto vicino. Nello stato della geografia attuale, il racconto di Orfeo è incomprensibile. Infatti egli dice che è costeggiando la riva che gli argonauti arrivarono ai porti di questi popoli. Bisogna dunque ammettere che vi era allora una costa continua dallo Tschorok sul mar Nero al sud del Caspio, e dal mar Caspio al mar d'Azof per il nord del Caucaso. Pertanto tutta questa catena di montagne era, allora, un'isola. A quell'epoca, c'è stato il sollevamento dell'Himalaya in seguito all'affondamento di Atlantide che ha sollevato anche tutta questa regione. In tali condizioni, siamo dunque in grado di ricostruire il viaggio degli Argonauti sulla carta e possiamo ricollocare tutti i popoli già citati. Dopo la loro partenza dal paese dei Mariandini, gli Argonauti avevano percorso circa 2800Km, il che rappresenta per loro un po' più di 9 giorni di navigazione. Arrivarono dunque da Eeta verso metà dicembre 1227, con un possibile scarto di due giorni se hanno salito le montagne dei Mariandini per dare un sguardo sull'entroterra descritta da Orfeo.

Fu fatta richiesta al re che volesse mettere gli argonauti, eroi di estrazione divina e venuti su ordine degli dèi, in possesso del vèllo d'oro; in cambio, essi gli avrebbero offerto il loro aiuto contro i suoi nemici. Eeta volle che dessero prova della loro estrazione divina e della sanzione degli dèi, uccidendo due tori indomabili dai piedi di bronzo che soffiavano fiamme dalle narici e che gli erano stati donati da Efesto, sottomettendoli al giogo e forzandoli a lavorare un campo dove dovevano essere seminati dei denti di drago. Medea, figlia di Eeta, che aveva concepito per Giasone un'ardente passione e che era maga, li mise in condizione di concludere vittoriosamente queste condizioni esorbitanti. Quando i denti di drago furono spuntati, produssero degli uomini armati che si sarebbero rivoltati contro i greci se Medea non avesse consigliato loro di gettare in mezzo ai sopravvenuti un grosso sasso che li avrebbe fatti combattere tra loro, così i greci non fecero fatica a vincerli. Tuttavia Eeta non solo rifiutò ancora di consegnare il vèllo d'oro, ma prese anche disposizioni per far assassinare gli argonauti e bruciare la loro nave. Fu allora che essi pensarono di affrettare la partenza. Medea accettò di accompagnarli, ma prima addormentò il drago che vegliava sul vèllo d'oro e lo rubò. Nel momento in cui contavano di imbarcarsi, il figlio di Eeta, Assirto, che si era lanciato al loro inseguimento, li raggiunse, ed essi lo portarono di forza con loro. Il re di Colchide, a sua volta, armò in fretta delle navi, e fece degli sforzi così energici che era sul punto di raggiungere i fuggitivi quando, come ultima risorsa, Medea sacrificò il fratello, lo tagliò in pezzi che gettò nel mare dove furono dispersi dalle correnti. Eeta, arrivando nei luoghi, si attardò a raccogliere i resti del figlio per dargli una sepoltura onorevole, il che avvenne nei pressi delle isole denominate poi Assirtidi, in un luogo chiamato Tomes; questa tregua permise agli argonauti di allontanarsi. (figura 8)

Commento: Tutto questo paragrafo è un'immagine. Così come gli uomini di bronzo erano uomini armati di bronzo, i tori dai piedi di bronzo erano dei popoli indomabili, come ancora esistono nella regione caucasica, e che Eeta non aveva potuto sottomettere dato che abitavano in un paese vulcanico inaccessibile salvo che per piedi esercitati. I greci, abituati alla montagna, riuscirono a dominarli e a fare dei prigionieri che vennero donati come schiavi a Eeta, il quale, per ricompensare gli argonauti, cercò di rivoltarli contro di loro. Ma Medea, seminando tra loro zizzania, in merito, per esempio, a un territorio conteso, li rese inoffensivi. Giunti a Ea a metà dicembre, gli argonauti dovettero ripartirne verso metà marzo; se la loro partenza fosse avvenuta prima, non avrebbero certo trovato i fiumi del nord della Russia e l'oceano Glaciale liberi dai ghiacci e non avrebbero potuto navigarvi, come vedremo che invece hanno fatto. Per confermare la verità del racconto di Orfeo, facciamo notare che le isole Assirtidi di cui parla si trovano vicino alla foce dello Tschorok. L'etimologia di Tomès viene dal verbo Tomè che significa tagliare in pezzi.

La notte, il manto di stelle aveva percorso metà della sua corsa quando si compì l'odioso artificio e l'oscuro destino del glorioso Assirto a causa dell'amore di Medea. Essi lo uccisero e lo gettarono alla foce della corrente del fiume; Assirto, sotto il soffio violento del vento, trascinato dai turbinii nelle onde del mare sterile, abbordò alle isole chiamate Assirtidi. Ma questo crimine non sfuggì a Zeus, che sorveglia tutto, nè ai Destini. Quando essi furono entrati nella nave e dai due lati furono tagliati gli ormeggi della riva e, sotto l'azione dei remi rapidi, fu guadagnata in fretta una gran parte del fiume, noi non fummo gettati dalla larga foce del Fasi nel mare pescoso, ma, per errore, fummo trascinati totalmente all'indietro, navigando senza sosta per rimontare; per la sventatezza dei Minii, lasciammo le città dei Còlchi; l'oscurità tenebrosa ci avviluppava. Imprudenti, siamo corsi in fretta sulle onde in mezzo a una pianura; dei mortali abitano i dintorni, i Gymnes, i Buonomes, i rudi Arcyes, la tribù dei Cercèti e quella dei fieri Sindi che risiedono al centro delle valli dei Charandai, vicino al promontorio del Caucaso, attraverso lo stretto Erythie.

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figura 9

Commento: Gli argonauti avevano dunque lasciato Ea col favore della notte e pertanto la loro tappa quel giorno fu molto più lunga delle altre. Essi avevano d'altronde fretta di uscire dalle attenzioni di Eeta. Normalmente, per tornare in Grecia, avrebbero dovuto navigare a sud-ovest lungo le coste di Colchide; ma, per un caso fortunato che li salvò temporaneamente dell'inseguimento di Eeta, i loro spiriti turbati li portarono indietro, nell'oscurità, dice Orfeo, cioè, per delle genti che si orientavano guardando verso il mezzogiorno, verso il nord. Essi non fecero tuttavia a ritroso il cammino che avevano seguito attorno al Caucaso, il che li avrebbe infallibilmente fatti cadere nelle mani dei nemici, ma, appena superata l'estremità occidentale di questa catena, navigarono francamente a nord attraverso il mar d'Azov, il che li portò necessariamente al centro delle terre che circondano questo mare quasi interamente chiuso; Orfeo dice che essi correvano al centro di una piana, perché queste terre erano per lo più basse. Crombette è riuscito a localizzare attorno al mar di Azov tutti i popoli citati (figura 9)


Ma quando a levante apparve l'aurora... noi abbordammo a un'isola dove l'erba era in fiore; là si separano, in corsi d'acqua non navigabili, il vasto Fasi e il Sarange dal corso silenzioso, che il Maiôtis, debordante sulle terre, invia a gran rumore nel mare, attraverso le erbe acquitrinose.

Commento: l'isola in questione doveva essere formata dal Don, dal Manytsch e dal Sarange. Siccome l'erba è in fiore, dev'essere primavera. Il Fasi è il Don che si gettava allora nell'oceano Scitico.

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figura 10

Allora, a remi, navigammo una notte e un giorno, e, in due volte tre quarti di giorno, arrivammo al Bosforo al centro di uno stagno dove un tempo Titano, ladro di buoi, salito su un vigoroso toro, tagliò il versamento della palude. E dopo aver faticato tutto un giorno sui remi, arrivammo dapprima nel paese dei Maiotes, dalle molli tuniche, presso il popolo Gèlon e le tribù immense dai Lunghi-Capelli, i Sauromati, i Gètes, i Gymnaies, i Cècryphes, gli Arimaspes dagli occhi alti, nella cui terra dei popoli di uomini molto sfortunati abitano attorno alla palude Maiotide. (figura 10)

Commento: Ingannati dalle paludi e pensando che non vi sia un'uscita verso l'est, gli argonauti tornano indietro e fanno il giro del mar d'Azov a remi ritornando verso il loro punto da partenza.

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figura 11
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figura 12
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figura 13

Ma dopo che gli immortali ci ebbero imposto questa deplorevole afflizione, attraversammo l'estremità dell'abisso delle acque. Su delle rive basse, le onde sollevate e grondanti vomitavano una morte imminente, e l'immensa foresta che si estende fino alle estremità del Nord verso l'oceano, risuonava; strappata a questo abisso, Argo passò per l'imboccatura. (figura 11 e figura 12)

Commento: Gli Argonauti seguono il corso del Don e, per il Karpowra, finiscono nell'oceano Scitico di cui costeggiano la riva ovest fino a Kazan che era allora la foce del Volga. Questo oceano è indicato in totalità sulla carta di figura 13.

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figura 14

Nove notti e nove giorni; affaticati, lasciammo qua e là delle tribù di uomini crudeli, la razza dei Pactes, e degli Arcties e dei fieri Lelies, gli Sciti portatori di archi, fedeli servitori di Ares, e i Tauri mangiatori di uomini, che portano a Mounichia delle vittime che non sorridono e il cratere deborda di sangue umano; più in alto, gli Iperborei, i Nomadi e il popolo del Caspio.

Commento: Gli Argonauti risalgono il corso del Volga incrociando dei popoli che Crombette ha localizzato sulla carta. (figura 14)

Ma quando apparve la decima aurora che rischiara i mortali, abbordammo ai valloni Rifei, e da là, di colpo, Argo si spinse in avanti, correndo nel letto stretto di un fiume, e cadde nell'oceano che i mortali Iperborei chiamano Pont Cronios o mar Morto. Noi ormai non pensavamo più di sfuggire a una morte miserabile se, mentre la nave si slanciava con tutta la sua forza, Ancèo non l'avesse diretta per farla andare verso la destra del greto, fiducioso nel forte timone; e, dominata dalle sue due mani, Argo sobbalzò. Ma, vinti per la fatica dei remi, le mani non restando più al posto, afflitti in cuor loro, appoggiarono la fronte ai loro gomiti piegati, cercando di asciugare il sudore; il loro cuore era sfinito per la fame.

Commento: La nave Argo era arenata sulla linea di divisione delle acque, a 100Km dall'oceano Glaciale, quando si mise a correre nel letto stretto del fiume e, lanciata a tutta forza, cadde nell'oceano ad una velocità folle, tanto che i navigatori si credettero destinati ad una morte certa, sorte che il pilota evitò facendo incagliare la nave sulla spiaggia. Cos'era dunque successo? Che proprio in quel momento Atlantide sprofondava in fondo all'abisso e il maremoto provocato dal cataclisma raggiungeva allora il sud del mar Bianco e ne pompava i fiumi. Questo mare, che è molto più vicino ad Atlantide del mar Rosso, sentì il fenomeno fin dall'aurora mentre il fondo del mar Rosso lo subì solo la sera dello stesso giorno. Si era dunque al 2 aprile 1226. Ecco quindi una testimonianza di più sull'affondamento di Atlantide. Crombette apporta altre precisazioni sull'armonia delle cronologie dei tre avvenimenti che sono oggetto di questa conferenza, per mostrare che esse coincidono perfettamente. Non vogliamo tuttavia arrestare qui il racconto del viaggio, ma da ora andremo un po' più in fretta per non allungare troppo la nostra conferenza. Riprendiamo il testo di Orfeo:

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figura 15

Ancèo si alzò ed eccitò tutti gli eroi consigliandoli con dolci parole. Ed essi, con dei cavi ben ritorti, scavalcando i bordi, tuffarono le loro leggere caviglie in un fondo basso del mare; svelti, Argo e Ancèo, dall'estremità della poppa, attaccarono ai cavi ben ritorti una lunga corda che lanciarono loro perché ne afferrassero il capo. Degli eroi, correndo rapidamente sulla riva tiravano in fretta, e la nave d'alto mare li seguiva fendendo i cammini liquidi lungo dei sassi politi. Giacchè la brezza acquatica non sollevava questo mare sotto il soffio dei venti muggenti; il mare giaceva silenzioso, là dove sono le ultime acque della Grande Orsa e di Tèthys…

Ma quando l'aurora che rischiara i mortali venne per la sesta volta, arrivammo nell'opulenta e ricca nazione dei Macrobies che vivono molti anni... Noi superammo i loro agglomerati, seguendo a piedi la riva… In seguito, conducendo la nave agile, giungemmo tra i Cimmeri, che sono i soli privati della luce del sole dal fuoco fremente. Giacchè il monte Rifeo e il colle Colpios chiudono loro il levante; la mostruosa Flegrea, ombreggiandoli da vicino, si estende sulla luce del mezzogiorno. Dall'altra parte, le Alpi dalle lunghe punte nascondono la luce della sera a quei mortali, e l'oscurità si stende su di loro sempre.

Commento: Gli Argonauti hanno trascinato per un tratto a forza di braccia la loro nave spiaggiata sul greto. Poi ripartono nell'oceano Glaciale Artico e fanno il giro della Scandinavia (figura 15).

Dal fondo della nave, la quercia di Tomaros ... parlò... "A causa della morte di Assirto... io incontrerò una miseria dolorosa e triste se mi avvicino alle navi vendicative. In effetti, se ritorno verso i Promontòri Sacri, voi non arriverete all'interno del seno della terra e del mare Sterile, è sull'alto mare Atlantico che io andrò". E il cuore dei Minii si strinse sempre più: andavano dunque incontro a una fine penosa a causa degli amori di Giasone? ... Gettando in pasto ai pesci Medea... distoglieranno le Erinni? Ma l'illustre figlio di Giasone penetrò il loro pensiero e, a forza di preghiere, arrestò la loro collera... essi presero i remi. Ancèo manovrava la barra con arte e passò lungo l'isola di Ierne e, da dietro, violentemente, sopravvenne una buia tempesta fremente che gonfiò le vele: la nave correva sulle grosse onde; nessuno si illudeva di respirare più all'uscita di questo annientamento, giacchè la dodicesima aurora era arrivata.

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figura 16

Nessuno di noi sapeva dove eravamo se Linceo, all'estremità dell'oceano dal corso tranquillo (poiché vedeva lontano), non avesse riconosciuto un'isola coperta di pini e il vasto palazzo della regina Demètra; intorno una grande nuvola la coronava... Fu allora che dissi di non navigare vicino ai frangenti dell'isola nè alle sue dimore splendenti, dove nessuno, tra i mortali, si era presentato con una nave. Giacchè non vi era porto che potesse contenere le navi oscillanti. Ma tutto intorno è una roccia inaccessibile ed elevata. L'isola produce in abbondanza i bei doni di Demètra.

Commento: Come si vede sulla carta di figura 16, gli Argonauti fanno il giro dell'Irlanda per l'ovest e si ritrovano vicino all'isola di Grasholm all'estremità del paese di Galles.

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figura 17


Il terzo giorno, arrivammo alla casa di Circe, alla terra incolta di Lincèo, e alle abitazioni cinte dal mare; allora abbordammo sulla spiaggia, il cuore afflitto, e attaccammo gli ormeggi alle rocce. Giasone, domandandosi chi degli umani abitasse quella terra immensa, inviò dalla nave dei compagni fedeli per conoscere la città e le abitazioni dei popoli. Di colpo, andando, essi incontrarono la vergine della stessa razza di Eeta il magnanimo, la figlia del Sole. Circe è il nome che le diedero sua madre Astèrope e Hypèriôn che si vede da lontano. Ella scese rapidamente alla nave ... se ne tornò volando, e, in mezzo alla nave, vi erano dei vasi ben lavorati, pieni di nutrimento e di bevande.

Commento: Ecco ancora una lunga tappa; la "Casa di Circe" deve trovarsi sulle isole Cisargas al largo della Spagna; il Tartesso è il Guadalquivir; furono gli Argonauti a dare allo stretto di Gibilterra, appena aperto, il nome di "Colonne d'Ercole" perché i Greci furono i primi ad attraversarlo. Infine, abbordano ad Abila sulla costa marocchina. Eccoli tornati in Mediterraneo (figura 17)

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figura 18

Al momento in cui il chiaro che porta la luce si svegliava a levante, fin dall'alba, strappammo dai nostri remi l'acqua verdastra del mare; arrivammo all'abisso sardo, ai golfi dei Latini, alle isole di Ausonia e alle scogliere tirreniche. Quando ci fummo portati al sonoro stretto di Lilibea, quando fummo arrivati all'isola dalle tre punte, la fiamma etnèa di Encèlade allontanò il nostro ardore. Sotto la prora ribolliva un'onda funesta proveniente dal fondo, e dalle profondità estreme fischiava Cariddi gonfiando le sue onde ed esse raggiungevano la cima dell'albero. La corrente tratteneva la nave nello stesso punto e non le permetteva nè di andare avanti nè di tornare indietro. In un gorgo fatale, Argo errava, girando in cerchio, e stava forse per essere inghiottita negli abissi se la figlia primogenita del Vegliardo del Mare non avesse desiderato vivamente di vedere il potente Pelèo, suo marito, e, calma, ella sorse dall'abisso, e preservò dalla rovina la nave Argo e la salvò dal risucchio. (figura 18)

Commento: Gli Argonauti costeggiano per prime le coste dell'Algeria e della Tunisia, poi navigano nel mar Tirreno che Orfeo chiama l'abisso sardo. Passano al largo del Lazio e di Capri per vedere l'Etna in eruzione. Ignorano ancora l'apertura dello stretto di Messina che è appena avvenuto e fanno il giro della Sicilia, l'isola dalle tre punte. Assistono all'eruzione del massiccio vulcanico da Scilla di cui parla anche Virgilio.

Dopo che, nella sua corsa, Argo fu sfuggita a questo destino ed ebbe raggiunto le onde e il golfo pieno di venti rapidi che urtavano le corde, arrivò alla molto divina Corcyre che abitano i Feaci, abili ai remi e alle traversate marittime. Alcinoo, il più saggio dei re, li comanda e ne fa le leggi. Dopo aver attaccato gli ormeggi, noi preparammo un sacrificio a Zeus, che predice tutto, e ad Apollo della riva del mare.

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figura 19

É là che, a forza di remare in fretta, si portarono su innumerevoli navi le truppe potenti di Eeta, dei Còlchi, degli Erani, dei Charandaies e dei Solymes alla ricerca dei Minii, per portare Medea davanti a suo padre Eeta e farle espiare l'uccisione del fratello. Per sottrarre Medea all'autorità di suo padre la si fa sposare seduta stante a Giasone. Quando i Colchi e i Minii furono venuti alla presenza del re irreprensibile e che ciascuno ebbe parlato, Giasone ottenne da Alcinoo di prendere Medea come sua sposa. (figura 19)

Commento: L'isola di Corcyre dove accadono tutti i fatti che vengono evocati è Corfù. Da là, come mostra l'ultima carta (figura 20), riprendono il mare per riguadagnare Iolco. Sono dapprima respinti sulla costa libica, poi fanno scalo a Creta. Quindi raggiungono la loro patria dopo un pèriplo attraverso le Cicladi. Arrivano a Iolco la sera del 7 ottobre dove sono oggetto di grandi festeggiamenti. Citiamo per finire le due ultime frasi del poema che mostrano lo spirito particolarmente religioso di Orfeo:

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figura 20


Quanto a me, mi recai al Ténare, battuta dai venti, per fare un sacrificio ai Re molto illustri che tengono le chiavi delle fosse infernali. Partito da là, mi precipitai verso la Tracia coperta di neve, nel paese dei Leibetri, la mia patria.

In conclusione, vediamo che il poema di Orfeo corrisponde proprio ad un viaggio reale, ma che la sua geografia non si può comprendere se non si ammette che l'aspetto della terra cambiò profondamente al momento dell'affondamento di Atlantide, provocato da Dio per permettere al suo popolo eletto di superare il mar Rosso per sfuggire al Faraone.


Non vogliamo finire questa conferenza senza citare l'inizio del cantico di ringraziamento di Mosè che esalta la potenza e la bontà di Dio:


Io canterò al SIGNORE, perché è sommamente glorioso;
ha precipitato in mare cavallo e cavaliere.
Il SIGNORE è la mia forza e l'oggetto del mio cantico;
egli è stato la mia salvezza.
Questi è il mio Dio, io lo glorificherò,
è il Dio di mio padre, io lo esalterò.
Il SIGNORE è un guerriero,
il suo nome è SIGNORE.
Egli ha gettato in mare i carri del faraone, e il suo esercito;
e i suoi migliori condottieri sono stati sommersi nel mar Rosso.


1 - nòmo = regione, circoscrizione
2 - Maia o Meuhè (la si trova anche sotto altri nomi) era la moglie di Misraim. Vedere in merito la nostra opera egittologica.