Dalla rivista Science et Foi – anno 1994

LA DATA DEGLI SCRITTI DEL NUOVO TESTAMENTO

P. Philippe Rolland

Fino al 18° secolo, il problema della datazione degli scritti del Nuovo Testamento non si era posto. Si viveva nella tranquilla certezza che le lettere di Pietro erano state scritte da Pietro, che le lettere di Paolo erano state scritte da Paolo, etc... L'importante era scrutare il loro messaggio spirituale, quale che fosse la data della loro stesura.

La preoccupazione di una datazione precisa non è apparsa che nel 19° secolo, e in un contesto polemico. I critici razionalisti hanno dispiegato molta ingegnosità per sforzarsi di dimostrare che le Sacre Scritture, sulle quali si appoggiavano i cattolici e i protestanti, erano per la maggior parte dei falsi fabbricati nel 2° secolo, dando del cristianesimo un'immagine ideale e non corrispondente alla realtà storica. Il più celebre dei critici è il fondatore della famosissima scuola di Tubinga, Chrétie Baur (1792-1860), che nel 1835 ha lanciato l'idea che le epistole di Paolo a Tito e Timoteo erano dei falsi. Discepolo di Hegel, Baur voleva riportare la storia della Chiesa primitiva allo schema ben conosciuto: tesi, antitesi, sintesi. Secondo lui, la Chiesa primitiva sarebbe stata composta da due correnti antagoniste: la prima, giudeo-cristiana e particolarista, la seconda pagano-cristiana e universalista; la sintesi delle due correnti non sarebbe avvenuta che nel 2° secolo, con la stesura degli Atti degli Apostoli, storia fittizia dove Pietro, rappresentante del giudeo-cristianesimo, e Paolo, rappresentante del pagano-cristianesimo, erano artificialmente riconciliati. Tutti gli scritti in cui Pietro e Paolo sembrano accordarsi tra loro sono considerati da Baur come del falso del 2° secolo.

Le tesi della scuola di Tubinga sono state rifiutate dagli esegeti conservatori protestanti e cattolici. E anche dei razionalisti si sono aggiunti a loro. Un uomo come Adolf von Harnack (1851-1930), che pur respinge per esempio ogni idea di miracolo, ha sostenuto energicamente che gli Atti degli Apostoli erano realmente scritti da Luca, compagno di Paolo. Avendo posto in un primo tempo la redazione di questo libro nel 73-93, egli ha in seguito ritrattato, sostenendo che gli Atti datavano da prima del 65, forse prima del 62.

Nel mondo cattolico, ad eccezione di Alfred Loisy (1857-1940), gli esegeti hanno sostenuto unanimemente fino al 1939 che gli scritti del Nuovo Testamento provenivano tutti dagli Apostoli o dai loro collaboratori più prossimi, gli evangelisti Marco e Luca; si riconosceva tutt'al più che l'epistola agli Ebrei non era stata scritta da Paolo ma da uno dei suoi contemporanei. La prima falla si è prodotta a riguardo della seconda epistola di Pietro, quando J. Chaine (1888-1948) si è sentito costretto a concedere, nel 1939, che questa lettera non poteva essere stata scritta da Pietro vivente, perché essa utilizzava l'epistola di Giuda. Egli ammetteva dunque che il nome di Pietro nell'indirizzo era fittizio, e che la lettera era stata redatta da un suo discepolo dopo la sua morte e a suo nome. Non si trattava, secondo lui, di un atto menzognero, ma della trasmissione autorizzata del testamento dell'apostolo. Questa opinione non è stata censurata dall'autorità ecclesiastica, e d'altronde molti hanno pensato che si poteva applicare ad altri scritti del Nuovo Testamento la teoria della pseudonimia.  Si è dovuto frattanto attendere l'anno 1970 circa perché i cattolici sostenessero apertamente l'inautenticità di numerose epistole paoline, degli scritti giovannei, e anche della prima epistola di Pietro. Gli esegeti protestanti di tendenza liberale li avevano preceduti su questa via da lungo tempo. Per loro, la pseudonimia era un genere letterario ben conosciuto.

Oggi è correntemente ammesso che bisogna situare verso l'anno 80 la redazione delle epistole a Tito e Timoteo, della 1ª di Pietro e di Giacomo. In effetti, questi scritti testimoniano di un'organizzazione ecclesiastica (i presbìteri) che, si dice, sia stata inventata solo dopo la morte degli apostoli, appunto per rimediare alla loro scomparsa. Gli Atti degli Apostoli, che riflettono la stessa organizzazione ecclesiastica, daterebbero anch'essi dall'anno 80, e la menzione che ne è stata fatta dai presbìteri di Efeso (Ac 20,17) sarebbe un anacronismo. Quanto alla seconda epistola di Pietro, la maggior parte degli autori la situa ora, non più subito dopo la morte di Pietro e in dipendenza da lui, ma all'inizio del 2° secolo, almeno 40 anni dopo il suo martirio.

Da parte mia, non ho mai ammesso l'inautenticità dell'epistola a Tito, giacché dal 1976 il P.S. de Lestapis aveva dimostrato in maniera convincente che essa era praticamente contemporanea all'epistola ai Romani (primavera 58). Sono dunque stato razionalmente convinto che l'istituzione dei presbìteri era anteriore alla morte di Paolo, e che tutta questa costruzione era artificiale. Ho frattanto atteso il 1991 per esprimere la mia posizione sull'autenticità dei Pastorali (Les Ambassadeurs du Crist, Cerf, Paris, 1991). Questo libro non mi è valso che dei complimenti.

Per contro, io non ho mai messo in discussione i consensi che si erano stabiliti a riguardo della 2ª epistola di Pietro. E' solo nel 1991, quando ho studiato il problema di prima mano, che mi sono reso conto degli errori dei ragionamenti che aveva fatto Chaine, in tutta buona fede. Mi sono accorto che 2 Pietro non dipendeva da Giuda, come pensava Chaine, ma che bisognava al contrario porre la dipendenza all'inverso. Ho allora studiato la questione da più punti, e mi è apparso chiaramente che 2 Pietro aveva forti garanzie di autenticità. I miei argomenti principali sono i seguenti:

  1. Le due epistole di Pietro sono apparentate tra loro in maniera più stretta di quanto si dica generalmente (comparare particolarmente 1 P 1,13 e 2 P 3,1; 1 P 2,16 e 2 P 2,19; 1 P 3,20 e 2 P 2,5).

  2. Esistono ugualmente dei rapporti stretti di vocabolario tra 2 Pietro e i discorsi attribuiti a Pietro negli Atti degli Apostoli (comparare specialmente nel testo greco Ac 1,17 e 2 P 1,1; Ac 1,18 e 2 P 2,15).

  3. La sinopsi che ho realizzato di 2 Pietro e di Giuda mostra che il primo scritto è anteriore al secondo (questo emerge a prima vista dalla comparazione tra 2 P 2,1 e Giuda 4; 2 P 3,3 e Giuda 18, senza contare altre considerazioni più tecniche). Ora, Giuda può difficilmente esser stato scritto dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70, giacché non ne fa alcuna allusione, mentre ha per scopo, almeno in parte, di mostrare che Dio castiga sempre gli increduli.

  4. Gli avversari ai quali si urta 2 Pietro, accusano Gesù di essere un falso profeta (2 P 3,4). Ora, un tale scetticismo sarebbe stato impossibile dopo la distruzione di Gerusalemme, che si è compiuta nel 70 nei termini annunciati da Gesù (Mc. 13,30 e paralleli). Per contro, verso il 63, nel momento in cui spariva la generazione dei contemporanei di Gesù, il ritardo della distruzione di Gerusalemme e della Parusia che la seguirebbe, poteva scuotere seriamente la fede dei cristiani.

Ho sottomesso la mia dimostrazione, di cui do qui un saggio, a numerosi esegeti rinomati di cui sarebbe indiscreto rivelare pubblicamente i nomi. Tutti, salvo uno, mi hanno espresso il loro accordo. Ma le riviste che ho contattato si sono sottratte con vari pretesti. Le ultime due, di alta tenuta, mi hanno detto che la mia argomentazione sembra convincente, ma che era troppo ardua per i loro lettori!

In ciò che concerne le altre lettere apostoliche, le ho comparate accuratamente tra loro per stabilire le loro reciproche relazioni. Sono arrivato alla seguente sequenza:

  1. Giacomo

  2. Romani

  3. 1 Pietro

  4. Efesini

  5. Ebrei

Se le mie osservazioni sono esatte, questo comporta l'anteriorità di Giacomo, di 1 Pietro e di Efesini in rapporto all'epistola agli Ebrei. Ora, questa lettera sembra ben essere stata scritta prima della cessazione del culto al tempio (Eb 9,25). Si deve allora situare Giacomo nel 57, Romani nel 57/58, 1 Pietro nel 58 o 59, Efesini nel 59 o 60, Ebrei verso il 62, in ogni caso dopo il 66, data dell'inizio della guerra giudaica.

Nondimeno, io non cerco di retrocedere ad ogni costo a prima della distruzione di Gerusalemme la redazione di tutti gli scritti del Nuovo Testamento, come fanno oggigiorno certi autori(1). Io sostengo che l'Apocalisse è la messa per iscritto di una rivelazione ricevuta al tempo di Domiziano (95), e situo in quest'epoca tardiva tutti gli scritti giovannei. Ma niente impedisce che l'apostolo Giovanni sia morto sotto il regno di Traiano, come afferma Ireneo, originario dell'Asia, la cui testimonianza è molto credibile.

La mia preoccupazione è la seguente: nella sua Tradizione e nella sua liturgia, la Chiesa ha sempre ritenuto i libri del Nuovo Testamento come provenienti esclusivamente dagli Apostoli e dai loro immediati collaboratori. Se fosse scientificamente provato che tutti gli apostoli sono morti prima del 70, e che molti scritti del Nuovo Testamento sono stati redatti dopo l'80, vi sarebbe una contraddizione tra la fede tradizionale e la verità scientifica. Noi dovremmo per esempio ammettere, in quanto uomini di scienza, che l'imposizione delle mani (1 Tm 4,14; 5,22; 2 Tm 1,6) non è stata praticata da Paolo; ma, nel ragionamento teologico, dovremo mantenere che essa è un'istituzione apostolica, garantita da scritti ispirati attribuiti a Paolo. Questa attitudine, prossima alla schizofrenia, sembra insostenibile. Ma per me, che sono razionalmente convinto dell'autenticità delle epistole pastorali, questo problema non esiste.


1 - (Ndlr) Allusione chiara all'opera che viene da Han-Joachim Schultz, professore a Würzburg, Die apostolische Herkunft der Evangelien (L'origine apostolica dei Vangeli). Leggere su questo argomento la rivista "30 jours" (n° 2, 1994, pag. 62-65).