Dalla rivista Science et Foi – anno 1996

LA POSTA DEL RIDUZIONISMO SCIENTIFICO

Estratto da "Creazione e Redenzione", p. 84-87.

di Padre André Boulet, S.m.

Per quanto riguarda la cosmologia, scienza delle origini e dell'evoluzione dell'universo, cercherà lo scienziato di rispondere alla domanda di "come" le cose sono avvenute e avvengono ancora adesso? Egli descriverà un concatenamento di cause "seconde" (l'azione di campi gravitazionali, elettrici, magnetici, le forze di interazione tra particelle) a partire da un certo stato della materia, e le esprimerà a mezzo di equazioni matematiche. Ma non può accedere a una causa prima, e nulla può dire sulla causa finale dell'universo. Per un buon numero di scienziati, queste cause non solo sono al di fuori della loro disciplina, e su questo diamo loro ragione, ma non devono essere considerate in nessun modo, il che deve far riflettere. Questo a-priori, può in effetti non essere privo di conseguenze nel dominio scientifico stesso, per esempio quando porta lo scienziato a escludere un'ipotesi che comporta implicitamente la riconoscenza di tali cause.

Non si tratta qui di una discussione puramente speculativa, senza conseguenze per la vita degli uomini. La posta di questa riflessione è in effetti una delle più gravi che vi sia. Si tratta molto semplicemente di sapere se l'uomo contemporaneo, immerso in un mondo in cui il discorso scientifico è onnipresente, può conservare il senso dello stupore, dell'ammirazione, dell'adorazione, del rendimento di grazie, e della sua dipendenza di fronte al suo Creatore, o se deve limitare il suo sguardo alla sola descrizione scientifica dell'universo, che, per mirabile che sia, è nondimeno incapace di rispondere alle domande essenziali che lo interessano. E, se anche crede a un Dio creatore, può l'uomo ridurre l'opera creatrice di Dio a un semplice scatenamento di cause fisiche svoltesi in seguito automaticamente, e non interessarsi che all'analisi di questo meccanismo? Una comparazione permetterà meglio di comprendere il pericolo terribile di questa visione riduttrice di un Dio che ha lanciato l'universo all'esistenza per mezzo di una "spintarella iniziale", o ancora di un "Dio orologiaio" che si contenta di regolare il meccanismo della sua creazione. Sarebbe come se un melòmane si proponesse di studiare una sinfonia di Mozart e, per conoscerla, si accontentasse di un'analisi e di una descrizione, per mezzo di un oscillografo, dello spettro acustico di tutti i suoni di questa sinfonia, strumento per strumento e pezzo per pezzo, e si disinteressasse totalmente dell'ispirazione che ha guidato Mozart nella composizione della sua opera, dei sentimenti che ha voluto tradurre, delle impressioni di gioia, di pace, di tristezza o di amore che essa esprime e che sono fondamentalmente la sua ragion d'essere. Si potrebbe ragionevolmente sostenere che questa conoscenza, per legittima che sia, rende totalmente conto della sinfonia?

In verità, è il senso stesso dell'adorazione di Colui che ha creato tutto "con sapienza e per amore", e che mantiene tutto nell'esistenza, è la capacità di meravigliarsi di fronte alla sua opera, di lode e di ringraziamento, il desiderio di entrare in comunione con il Creatore, che si trovano molto semplicemente privi di obiettivo nella riduzione dell'universo a un vasto complesso fisico-matematico autosufficiente. É risaputo a quali sofferenze, a quali disperazioni, a quali soffocamenti dell'anima sono stati condotti milioni di uomini nei paesi in cui l'ideologia al potere era risolutamente materialista e praticava un ateismo militante. Se la dottrina cattolica sulla creazione non è più insegnata, se la risposta alla domanda "come va il mondo?" occupa tutto il campo della conoscenza, non sarà necessario insegnare l'ateismo per portare l'uomo in esilio, fuori dal paradiso in cui il suo Creatore vorrebbe introdurlo in sua intimità.

La tentazione prima dell'uomo fu di preferire una felicità naturale della quale sarebbe stato egli stesso l'artefice, senza dipendere da Dio, alla felicità di essere con Dio. Questa tentazione non è mai cessata, sotto mille forme. Essa spia quelli che si lasciano troppo affascinare dalle luci di cui la scienza li abbaglia, e da tutto ciò che brilla senza veramente illuminare. Ricordiamoci di quello che scriveva, uno o due secoli a.C., l'autore del Libro della Sapienza: "Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell'ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero Colui che è; non riconobbero l'Artefice, pur considerandone le opere. Ma, o il fuoco o il vento, o l'aria sottile o la volta stellata, o l'acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono come dèi, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. E se sono colpiti dalla loro potenza ed energia, imparino da ciò quanto è superiore chi li ha fatti. Giacché dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia, si conosce l'autore. Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi forse si ingannano nella loro ricerca di Dio e nel volerlo trovare. Tutti dediti alle sue opere, le indagano, ma si lasciano sedurre dall'apparenza, perché le cose vedute sono belle. E tuttavia essi sono inescusabili, perché, se tanto poterono sapere da scrutare l'universo, come mai non ne hanno trovato più presto il Padrone?" (Sapienza 13,1-9).

In breve, è la ragion d'essere dell'uomo stesso, ciò per cui egli esiste e che farà la sua eterna felicità, che si trovano ridotte a niente se l'universo, nella sua totalità come in ciascuno dei suoi elementi, nel suo cammino, nelle sue leggi, nell'armoniosa complementarietà di tutti i suoi elementi, non è più riconosciuto come l'opera, ad ogni istante, del Dio onnipotente, saggio, buono, che dà loro di esistere, e se, in luogo di ciò, esso è guardato come una macchina complessa di cui ci si accontenta di stabilire il descrivibile e il modo di funzionamento.

Si ignora troppo spesso che esiste un Libro ispirato nel quale ci è chiaramente rivelato ciò che gli uomini faranno eternemente nella Città celeste, e che è la loro ragion d'essere e la loro felicità. Questo libro è l'Apocalisse (da una parola greca che significa "rivelazione"). San Giovanni, che ne è l'autore, ha visto (insistiamo su questo termine, giacché si tratta certo di una misteriosa visione che gli è stata data da Dio) ciò che avveniva nel cielo, e lo ha riportato. Ora, cosa ha visto? La moltitudine dei viventi attorno al trono di Dio che non cessa di ripetere giorno e notte: "Santo, Santo, Santo, il Signore Dio Onnipotente, Colui che era, che è e che viene". Questi viventi lanciano le loro corone davanti al trono dicendo: "Tu sei degno, o Signore e nostro Dio, di ricevere la Gloria, l'onore e la potenza, poiché sei tu che hai creato l'universo; per la tua volontà esso non era e fu creato". La visione prosegue, e Giovanni sente la voce di una moltitudine di angeli, e di ogni creatura, nel cielo e sulla terra, sotto la terra e sul mare, cantare un cantico nuovo all'Agnello immolato, cioè al Cristo: "giacché tu fosti immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue, uomini di ogni razza, lingua, popolo e nazione, e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti, e regneranno sopra la terra" (Apocalisse 4).

Deduciamo dunque il posto di primissimo piano, essenziale, che tiene il culto di adorazione e di lode reso a Dio come Creatore, nella vita che ogni essere umano (ma anche ogni angelo) è chiamato a dare per l'eternità, nell'esultanza, nello stupore, nell'azione di grazie e nell'amore. Il progresso nella conoscenza scientifica dell'universo non deve far dimenticare all'uomo qual'è la sua vocazione eterna e che farà eternamente la sua felicità. É dedicandosi già qui sulla terra, con tutti i suoi fratelli, alla lode del Dio Creatore e del Cristo Redentore, che l'uomo si prepara meglio alla vita eterna e trova più sicuramente la sua pienezza e la sua felicità.