Dalla rivista "LE CEP" n° 17, del novembre 2001

Il "segno" del profeta Giona e le sue conferme moderne.


Ambrose John Wilson[1]

Poche storie della Bibbia sono state oggetto di critiche ostili quanto quella di Giona e della "balena".  Nella sua franca ingenuità, la si legge come una favola.  Il solo pensiero che un uomo potrebbe essere inghiottito da un pesce e sopravvivere è così inverosimile alla nostra esperienza quotidiana che sembra un'assurdità contro cui siamo sempre pronti ad accogliere delle prove. Ma c'è probabilmente anche un'altra ragione, più sottile.  Quando Thomas Hobbes di Malmesbury, che tentò di fondare tutte le virtù sull'egoismo, afferma che la pietà consiste nell'immaginare ciò che noi stessi sentiremmo se fossimo nella situazione di suscitare pietà, egli tocca un istinto naturale undubitabile.  Pietà a parte, noi non possiamo evitare di metterci al posto di Giona, in quella situazione orribile anche per l'immaginazione.  Di conseguenza, la storia è sovente ridotta allo statuto di mito pedagogico, o, per i più credenti, ad un miracolo verificatosi una volta grazie all'intervento divino e che, speriamo, non si riprodurrà mai più.

Questi punti di vista richiedono una valutazione.  Se il Modernismo esige che la Rivelazione sia testata scientificamente, è evidente che la scienza utilizzata dovrebbe anch'essa essere al di sopra di ogni sospetto.

Quando una tale avventura è registrata in un testo serio come un fatto inserito tra una serie di avvenimenti storici, essa merita d'essere trattata seriamente; non affidandosi alle impressioni o al sentimento, ma ricorrendo ai testi razionali della fisiologia e della storia. Scopo di questo articolo, è di valutare l'avventura di Giona in questo modo.

Ma prima bisogna, per chiarezza, esaminare più da vicino l'obiezione abituale che si tratta di un avvenimento miracoloso, dunque impossibile. Con ciò, si vuol senza dubbio dare ad intendere che esso era dovuto a un intervento divino che violava le leggi della natura. Questo richiede una distinzione che sarà bene tenere a mente.  Se il miracolo, nel suo senso comune, presuppone l'intervento divino -il che è indispensabile se esso è veramente scritturale- questo intervento divino può nondimeno esercitarsi in due maniere differenti.  Non c'è forzatamente violazione delle leggi naturali.  Esso può utilizzare sia delle leggi naturali ancora ignote o, se sono conosciute, che restano al di fuori della portata dei poteri umani, sia delle leggi di Dio che trascendono le leggi naturali che Lui ha promulgato.

La rivolta moderna contro il miracoloso è probabilmente diretta soprattutto contro l'intervento divino contrario alla natura.  Da là questa tendenza a spiegare il miracoloso con l'impiego di forze naturali sconosciute all'uomo -ed è evidente che ne esistono molte- o inaccessibili ai suoi poteri.  Ma bisogna pur comprendere che ogni tentativo di includere questi miracoli, questi "segni" o "poteri" nei limiti delle leggi naturali e di trattarli come degli interventi provvidenziali non esclude affatto il miracolo nel senso specifico di un intervento divino diretto.  La Scrittura riconosce chiaramente i due casi.

Sembra qui che si abbia a che fare con un miracolo in senso largo.  Quando in un linguaggio adattato per la sua semplicità ai lettori di queste prime testimonianze, il racconto biblico dice "il Signore ha preparato un grande pesce"; "il Signore ha parlato al pesce", esso ignora le cause seconde e attribuisce al Creatore un controllo diretto -in questo senso miracoloso- sulle sue creature marine.

Ciò è in armonia con i diversi esempi nel Vangelo che mostrano Nostro Signore esercitare un potere simile sui pesci.  Nei due casi, sono chiaramente delle forze naturali ad essere messe in opera, ma in un modo miracoloso giacché sfuggono totalmente ai poteri umani.

Passiamo ora all'applicazione dei due test già menzionati cominciando da quello fisiologico.

Il grosso pesce in questione doveva essere un capodoglio, una specie che abita le acque meridionali in cui Giona viaggiava e che si incontra in tutti i mari tropicali e subtropicali, che d'estate può risalire fino alle Shetland ed anche in Islanda.  Il capodoglio si distingue dalla balena o dal misticeto dei mari settentrionali per i denti sulla sua mascella inferiore (in luogo di un fanone) che si adattano agli alveoli della mascella superiore. Esso raggiunge una taglia enorme che può raggiungere i 15-24 metri di lunghezza.  La grossa testa appare tronca verticalmente, e raggiunge il terzo della lunghezza del corpo.

È dunque ragionevole, in accordo con Sir John Bland Sutton, supporre per Giona un capodoglio di 18 metri (2,70m. in meno dell'esemplare del Museo di South Kensington) con una bocca lunga 6 metri, alta 4,60 e larga 2,70.  Comparata a una stanza d'abitazione, si può essere inclini ad accettare la sua stima che "una tale camera potrebbe facilmente contenere 20 Giona in piedi".  Al che è stato obiettato che un capodoglio "ha anche un'enorme lingua".  Ma questa idea viene dalla confusione abituale tra il capodoglio e la balena.  È quest'ultima che ha una lingua enorme. Herman Melville, pescatore di balene, che aveva una conoscenza unica e minuziosa della cetologia pratica, sottolinea che il capodoglio non ha lingua o quantomeno che è molto piccola, qualcosa che rassomiglia appena ad una lingua, molto piccola per un animale così grosso.  Essa è quasi incapace di movimento, un po' come nell'uccello.

In ogni modo Giona non ebbe l'occasione di sperimentare la stazione eretta giacché passò rapidamente nel ventre della balena.

È qui che si incontrano le critiche più abituali al racconto.  Ancora e sempre si adduce l'impossibilità per la semplice ragione che "l'esofago o la bocca sono troppo stretti".

Questo errore proviene ancora da una confusione con la balena che "ha una piccolissima gola e si nutre di piccoli animaletti", "di piccoli crostacei e molluschi" che abbondano nei mari àrtici. Ma i biologi ci dicono che generalmente "la bocca dei pesci è piccola, corta, larga... ed estensibile". Sir John Bland Sutton, nella sua conferenza, mostra "il mangiatore nero" (Chiasmodon nigrum) "mentre mangia un pesce più grosso di lui", così come il boa costrittore mangerà facilmente un capretto più grande della sua bocca non distesa.  La balena non ha nessuna ragione di allargare il suo esofago. Il capodoglio, invece, ha una ragione permanente: "Egli nuota con la sua mascella inferiore pendente e la sua enorme bocca beante come una caverna sottomarina". Nulla di più facile che esserne ingoiato!

Comunque sia, non si tratta di possibilità calcolate ma di fatti sperimentati.  Il capodoglio vive essenzialmente di polipi "i cui corpi, ben più grandi di un corpo umano, sono stati ritrovati interi nel suo stomaco".  "Grandi masse di sostanza semitrasparente, di taglia gigantesca e di forma irregolare, pezzi di seppia, blocchi massicci, tentacoli o parti spesse come un corpo d'uomo robusto".  "Balena capace di divorare grossi animali", "delle seppie quasi elefantesche".  Franck I. Bullen ha dato testimonianze visive drammatiche di battaglie titaniche "quando un capodoglio incontra una seppia di dimensioni quasi uguali".  Il gestore di una stazione baleniera dell'estremo nord dell'Inghilterra ha dichiarato che la cosa più grossa che avevano trovato in un cetaceo era "lo scheletro di uno squalo lungo circa 5 metri".  L'obiezione della difficoltà dovuta all'esofago lo fece sorridere e spiegò che la gola di un capodoglio può inghiottire dei bocconi di 2 metri e 40 di diametro.  Alla domanda se credeva alla storia di Giona e della balena rispose: "Certamente. È certo un miracolo che Giona sia rimasto vivo, ma sulla possibilità che abbia potuto essere inghiottito, non può esserci alcun dubbio…  Si può ragionevolmente dubitare della sopravvivenza del profeta dopo esser stato inghiottito, ma non c'è alcun dubbio che certe specie di cetacei possano inghiottire un uomo senza il minimo inconveniente per loro".

Ma allora, c'è stato comunque un miracolo?  Ecco il nuovo punto da studiare: può un uomo sopravvivere in una balena?  La risposta sembra essere che lo può, anche se alquanto scomodo. Aveva dell'aria per respirare -un certo tipo d'aria- che è indispensabile per permettere al cetaceo di galleggiare.  Il calore doveva essere soffocante: 40°, secondo l'opinione di un esperto, situazione dovuta "al suo strato di grasso, sovente molto spesso ma necessario perché possa resistere al freddo dell'oceano e si senta a suo agio in ogni tempo, in tutti i mari, epoche e maree.  È per la stessa ragione che un uomo che vuole attraversare la Manica si ricopre di grasso".  Questa temperatura di forte febbre, per un essere umano, non è tuttavia fatale per la vita umana. Ugualmente il succo gastrico doveva essere molto sgradevole, ma non mortale.  L'animale non può digerire della materia vivente, altrimenti digerirebbe il proprio stomaco.

Ma allora, quanto tempo poteva sopravvivere?  "Fino alla morte per fame", stima James Bartley, opinione fondata, come vedremo, sulla sua esperienza pratica.  Questo per il test fisiologico.

Vediamo ora il secondo test, quello storico.  Un'avventura così strana come quella di Giona, quasi universalmente ritenuta unica, anche se si dimostra che non contraddice le leggi naturali, sarebbe fortemente corroborata e chiarita se potesse essere comparata ad una situazione simile.  É appunto il caso di James Bartley, non più tardi del 1891, come lo espone Sir Francis Fox nel suo libro "Sixty-Three Years of Engineering".  Ma prima di fornire i dettagli, bisogna sottolineare che tutta la storia è stata accuratamente esaminata non solo da Sir Francis Fox, ma da due studiosi francesi, di cui uno era M. De Parville, l'editore scientifico del "Journal des Débats" a Parigi, "uno degli studiosi più coscienziosi e meticolosi d'Europa".

Egli conclude la sua inchiesta affermando la sua convinzione che il racconto del capitano dell'equipaggio della baleniera inglese era degno di fede.  "Esistono numerosi esempi di balene che, nella furia della loro agonia, hanno inghiottito degli esseri umani.  Ma questo è la primo esempio contemporaneo dove la vittima è uscita sana e salva".

In seguito a questa illustrazione recente, egli dichiara: "Ho finito per credere che Giona è realmente uscito vivo dalla balena, come dice la Bibbia".

Il miglior modo per dare le grandi linee della storia è di citare il racconto di Sir Francis Fox, con la sua benevola autorizzazione.  Nel febbraio 1891, la baleniera "Stella d'Oriente" si trovava nei pressi delle isole Falkland quando la vedetta avvistò un grande capodoglio a 5 Km di distanza.  Due scialuppe furono messe in mare e rapidamente uno dei marinai riuscì ad arpionare l'animale.  La seconda scialuppa attaccò ma fu rovesciata da un colpo di coda e i marinai gettati in mare.  Uno annegò e l'altro, James Bartley, scomparve e non potè essere ritrovato.  Il capodoglio fu ucciso e nel giro di qualche ora era issato lungo il battello dove l'equipaggio si affaccendava, armato di asce e badili, a recuperare il grasso. Lavorarono tutto il giorno e una parte della notte.  L'indomani mattina, con un paranco, lo stomaco fu issato sul ponte.  I marinai furono attirati da qualcosa che all'interno dava spasmodici segni di vita e vi trovarono il marinaio scomparso piegato in due ed incosciente.  Egli fu allungato sul ponte e un buon secchio d'acqua lo rianimò rapidamente… Per due settimane restò come un pazzo furioso…  Alla fine della terza settimana aveva totalmente superato lo choc e riprese il suo lavoro.

Ma lasciamolo rievocare la sua esperienza in quella circostanza.  Bartley afferma che avrebbe senza dubbio potuto vivere nella sua casa di carne fino a morire di fame, giacché egli svenne per paura e non per mancanza d'aria.  Ricorda di essere stato ribaltato dal canotto nel mare…  Fu allora avvolto da una grande oscurità e sentì che scivolava lungo un passaggio liscio che sembrava farlo avanzare.  La sensazione durò poco e realizzò che aveva molto spazio.  Tastò attorno e le sue mani entrarono in contatto con una sostanza vischiosa, molle, che sembrava contrarsi al suo tocco.

Gli venne infine in mente di essere stato inghiottito dal capodoglio…  Poteva facilmente respirare, ma il caldo era terribile.  Non era tale da bruciare nè da soffocare, ma sembrava aprire i pori della sua pelle ed estrarne la vitalità…

Le parti della pelle esposte all'azione del succo gastrico: il viso, il collo e le mani, presero una tinta da pallore mortuario e l'apparenza della pergamena… (e) non ripresero mai più il loro aspetto naturale, (ma) per il resto, la sua salute non parve colpita da questa terribile esperienza.

Il realismo stupefacente di questi dettagli sembra avere il sigillo della verità, anche al di fuori della verifica dovuta all'esame scientifico meticoloso di De Parville.  Ma ecco una nuova conferma con l'incidente riportato da Sir John Bland Sutton e capitato un secolo prima a Marshall Jenkins nei mari del Sud.  Il giornale "The Boston Post Boy" del 14 ottobre 1771 riporta -"secondo una fonte incontestabile", dice- che una baleniera di Edgartown (USA), dopo avere colpito una balena, ebbe uno dei suoi canotti morso e rotto in due dall'animale "che prese Jenkins nella sua bocca e si immerse con lui". Tornando in superficie, la balena lo aveva espulso con i resti del canotto rotto, "pieno di contusioni ma senza ferite serie".

Da ciascuno di questi racconti si può trarre un parallelismo almeno parziale con l'avventura di Giona. Nell'ultimo esempio, fu la balena che restituì la sua vittima.  Nel primo, c'è una similitudine cronologica molto interessante.  Bisogna osservare in questo racconto che la detenzione di James Bartley "nel capodoglio" fu -come quella di Giona- di un giorno completo tra due notti e due parti di giorno.  Cosa dice il testo? "Passarono molte ore dopo che la balena fu stivata"; ma una parte del giorno precedente e una parte della notte erano già state occupate a uccidere e stivare l'animale.  Dopo ciò, all'alba del secondo giorno, ricominciò il lavoro.  "Per tutta una giornata e una parte della notte (la seconda notte) essi lavorarono con le loro asce e badili" al loro compito principale.  Poi, dopo questa seconda notte, "l'indomani mattina", procedettero alla tappa successiva che portò alla liberazione dell'uomo.

Così il testo storico sembra ampliamente soddisfatto dai due casi simili, ma più recenti, di James Bartley e Marshall Jenkins.  Sussisterebbe tuttavia ancora un ostacolo alla realtà storica dell'avventura di Giona.

Adesso che l'avvenimento è confermato in maniera scientifica come del tutto possibile in sè, il racconto della Bibbia prende il suo posto come un racconto storico ordinario che richiede d'essere sottomesso ai testi abituali della Storia.  C'è tuttavia un argomento della critica moderna che lo rigetta affermando che il Libro di Giona è stato scritto circa 700 anni dopo i fatti.  Di ciò non esiste alcuna prova, è una pura congettura.  Tuttavia, poichè questo argomento verte non solo su questo caso ma su numerose questioni di storia del passato lontano, vale la pena di esaminare attentamente in capo a quanto tempo il trascorrere degli anni tende a viziare la verità dei racconti storici.

Vi sono due sorgenti a partire dalle quali un autore tardivo può trarre i fatti del suo racconto: a) gli archivi pubblici, b) la tradizione.  Nei due casi la conservazione della storia sarà proporzionale alla natura sorprendente dell'avvenimento.

a) Per quel che concerne l'esistenza di archivi primitivi, ben prima dell'epoca di Giona, la dichiarazione del Professor A. H. Sayce, il celebre egittologo, basterà come prova.  Egli scriveva, il 7 luglio 1927: "L'ipotesi 'critica' sulla data tardiva delle opere letterarie e dei codici giuridici nell'antico Oriente è morta da tempo.  Oltre al grande codice babilonese di Hammourabi pur fondato su delle leggi sumeriche anteriori, noi abbiamo ora i codici siriano ed ittita, sotto le due forme primitiva e più tardiva, quest'ultima datante di circa 1400 anni avanti Cristo.

Quanto alla letteratura, sia donne che uomini scrivevano sui loro affari quotidiani ben prima del periodo di Abramo.  Le principali città dell'Asia Minore possedevano le loro biblioteche pubbliche, e delle "cronache" comparabili a quelle del Libro dei Re (o della Genesi) erano state compilate per i lettori "popolari" a partire dagli annali primitivi.

Ho appena finito di tradurre alcune lettere scritte da dei membri di una "società" rappresentanti una delle firme di Babilonia che gestiva le miniere d'argento, di rame e di piombo del Taurus, 2300 anni a.C..  Esse provenivano dalle sponde del fiume Halys, non lontano da Cesarea in Cappadocia, ed avrebbero potuto essere scritte oggi secondo il loro stile e il genere dei loro argomenti".

b) Anche la tradizione offre un argomento affascinante. Può una tradizione sopravvivere 700 anni?  Una generazione media, di padre in figlio, è di circa 30 anni; la generazione per i bisogni della tradizione, da nonno a nipote, è dunque di 60 anni. Bastano dunque 12 generazioni successive per trasmettere per 700 anni qualsiasi tradizione degna di memoria.  Se l'avvenimento è sufficientemente eccezionale, la tendenza universale è di perpetuarlo così lungo le generazioni, anche se si tratta di un fatto locale.  Senza dubbio basterà un esempio tipico.  Al limite della foresta di New Forest, nello Hampshire, esiste un "guado di Tyrrell" sul fiume Avon, e lì vicino il villaggio di Avon Tyrrell.  Pochi avvenimenti nella storia d'Inghilterra fecero più scalpore all'epoca della morte improvvisa, accidentale (?), di Guillaume II il Rosso, nel bel mezzo della tirannia che lui stesso e il suo padre conquistatore esercitavano.  Che sia giusta o meno la credenza popolare sulla mano che scoccò la freccia, la tradizione che era quella di Walter Tyrrell sopravvive ancora nei nomi e nelle menti della gente benché siano trascorsi 827 anni.

Riassumiamo.  Il racconto di Giona si presenta nella letteratura e nella tradizione ebraiche come un fatto storico.  Non si può contestare che i controlli ai quali è sottoposto devono essere, giustamente, i più rigorosi, esatti e imparziali che la scienza e la storia possano offrire.  Ora i test fisiologici smentiscono la pretesa impossibilità di questa avventura. Lo studio della morfologia del capodoglio e della sua configurazione dimostra perfettamente possibile che un uomo sia inghiottito vivo e rigettato dopo un certo tempo, e che possa sopravvivere per due o tre giorni all'interno del cetaceo.  La Storia ha mostrato che un fatto simile si è prodotto successivamente almeno una volta.  D'altronde è del tutto possibile che se ne sia conservata una memoria autentica, anche per un periodo superiore ai 700 anni.

È evidente che tutto questo affare concerne direttamente la Cristologia.

Il nostro Salvatore vi si riferisce nel corso del Suo insegnamento più solenne.  Se non era vero, allora a quale titolo lo utilizzava?  Lo considerava un'invenzione o no?

Tutto il comportamento di questo Maestro, secondo il parere di tutti, denota un rispetto assoluto della verità. È totalmente inverosimile che Egli abbia potuto indossare una storia così unica e improbabile senza un'accurata verifica.  "Ma che sia per ignoranza o per errore" -dichiara l'argomento corrente- "che differenza fa?  Egli utilizzava questa storia ben nota semplicemente come una parabola!"  Se la storia fosse impossibile, l'argomentazione sarebbe valida.  Ma una volta scartata l'impossibilità, la sua utilizzazione dal Maestro nel suo insegnamento richiede ovviamente una ricerca più seria e profonda.  Se si trattava di una parabola, quale lezione avrebbe voluto dare?  La follia della rivolta contro Dio?  Il dovere del sacrificio di sè per l'avanzamento del Suo regno?  No, giacché gli scritti dell'Antico Testamento pullulano di avvertimenti su un soggetto così elementare.

In realtà, Egli stesso dichiara ciò che ha in vista.  Non era una parabola ma un parallelo profetico. L'inumazione marina e la risurrezione di Giona, avvenimento veramente unico, prefigurava un altro avvenimento ancora più unico e capitale: "come Giona… così il Figlio dell'uomo…".  Come l'avventura di Giona sotto la mano di Dio era per i niniviti la garanzia della sua missione divina, così la risurrezione del suo grande "Controtipo" fonda il potere e l'attrattiva del Suo Vangelo di salvezza…  Quale solennità non avrà avuto il Salvatore quando annunciava il momento cruciale della salvezza del mondo e che, con l'evocazione di un avvenimento passato, ne garantiva uno a venire!  É il metodo di questa garanzia che deve attirare tutta la nostra attenzione.  Il legame tra i due è il periodo di "tre giorni".

Nostro Signore l'ha utilizzato a più riprese come un elemento essenziale della Sua profezia sulla sorte che lo attendeva.  "In tre giorni", "il terzo giorno".  Ma può essere sfuggito all'attenzione degli esegeti del Nuovo Testamento greco che ogni menzione di questa durata è marcata da solennità come per una durata del più grave significato.  Essendo il Maestro che era, sembra inconcepibile che abbia utilizzato per un tale insegnamento quello che sapeva non essere che un mito o una favola.

Che pensare allora dell'altra ipotesi, quella della Sua ignoranza?

Per rispondere è bene rovesciare il processo normale del ragionamento.  Egli aveva in Sè una tale sovrumana perspicacia che, profeticamente, seppe predire la Sua stessa morte e resurrezione.  Come questa perspicacia avrebbe potuto venirGli meno nel giudicare la verità della storia passata di Giona?

Altra obiezione corrente viene avanzata contro la precisione della stima di "tre giorni e notti".  Si sbagliava in questo, trattandosi di Sè?  Ma se conosceva in anticipo i Giorni del suo soggiorno "nelle viscere della terra", sarebbe follia rifiutarGli un'uguale conoscenza delle ore della sua durata, tanto più che questa era interamente sotto il Suo Volere in quanto aveva il "potere" "di deporla e di riprenderla".  Tuttavia, espresso nello stile comprensivo dell'Oriente, Egli identifica l'imprigionamento di Giona nel passato al Suo proprio nel futuro, tanto che, qualunque sia il numero delle ore implicato in un caso, questo numero lo è ugualmente nell'altro.  L'arma si ritorce così nelle mani del critico.  L'esempio di Giona evocato da Cristo non apporta nessuna prova della Sua ignoranza ma, al contrario, facendo il parallelo storico, Egli "parlava di ciò che conosceva e testimoniava di ciò che aveva visto", avendo davanti a Sé la visione del passato e del futuro e conoscendo i segreti della Natura e quelli degli ìnferi. Veramente possiamo dire che quest'uomo non era un rozzo ignorante.  In verità, Egli era il Figlio di Dio!


[1] Professore al Queen's College di Oxford, Ambrose J. Wilson aveva pubblicato questo articolo nel 1927 sul Princeton Theological Rewiew (t. 25, p.630-642).