Da una conferenza del CESHE


IL PATRIARCA GIUSEPPE

Maestro del Mondo e delle scienze

 

Per studiare il personaggio di Giuseppe ci metteremo successivamente all'ascolto di ciò che ne dice la Bibbia, dei commenti dei Padri della Chiesa e dell'opera egittologica di Fernand Crombette. Per questi due ultimi punti utilizzeremo il bel libro di Dom de Monléon "I Patriarchi" e l'opera del cattolico francese "Giuseppe, Maestro del Mondo e delle Scienze".

È nel Libro della Genesi che troviamo il Giuseppe biblico, nei capitoli da XXX a XLIX. Il racconto è piacevole e lo ascoltiamo per intero. Utilizzeremo il testo della Vulgata.

Capitolo XXX: "Ora Rachele (la sposa preferita di Giacobbe) era sterile. Dopo numerosi anni (poiché Giacobbe aveva già dieci figli) il Signore si ricordò anche di Rachele; la esaudì e la rese feconda. Concepì e partorì un figlio dicendo: "Dio mi ha ritirato il mio obbrobrio". E lo chiamò col nome di Giuseppe, dicendo: "Che il Signore mi dia ancora un altro figlio". (Quest'altro figlio fu Beniamino, e Rachele morì mettendolo al mondo).

Capitolo XXXVII: "Giacobbe si stabilì nel paese di Canaan, dove suo padre era stato come forestiero. Ed ecco le sue generazioni: Giuseppe, all'età di sedici anni, pascolava il gregge di suo padre con i fratelli poichè era ancora giovane; ed era con i figli di Bila e di Zilpa, mogli di suo padre. Ora Giuseppe accusò al padre i suoi fratelli di un crimine detestabile. Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché lo aveva generato nella sua vecchiaia, e gli fece una tunica con un tessuto di vari colori. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti gli altri, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.

Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. Disse dunque loro: «Ascoltate il sogno che ho fatto. Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio». Gli dissero i suoi fratelli: «Sarai dunque nostro re? saremo noi sottomessi alla tua potenza?». Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole. Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: «Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». Quando dunque lo ebbe raccontato al padre e ai fratelli il padre lo rimproverò e disse: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?». I suoi fratelli perciò erano invidiosi di lui, ma suo padre considerava la cosa in silenzio.

I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Gli rispose: «Eccomi!». Gli disse: «Va' a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a riferirmi». Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. Mentr'egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: «Che cerchi?». Rispose: «Cerco i miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare». Quell'uomo disse: «Hanno tolto le tende di qui, infatti li ho sentiti dire: Andiamo a Dotan». Allora Giuseppe andò in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.

Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. Si dissero l'un l'altro: «Ecco, arriva il sognatore! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l'ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!». Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: «Non togliamogli la vita». Poi disse loro: «Non versate il suo sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo al padre. Appena Giuseppe fu arrivato dai suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica lunga, tessuta di diversi colori, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz'acqua.

Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto. Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli lo ascoltarono. Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d'argento lo vendettero agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto. Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c'era più. Allora si stracciò le vesti, tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c'è più, e io dove andrò?».

Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi mandarono al padre la sua tunica e gliela fecero pervenire con queste parole: «L'abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio». Egli la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l'ha divorato. Giuseppe è stato sbranato». Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni. Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: «No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba». E il padre suo lo pianse. Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie.

Capitolo XXXIX: "Giuseppe fu condotto in Egitto e Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che l'avevano condotto laggiù. Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell'Egiziano, suo padrone. Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva il Signore faceva riuscire nelle sue mani. Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell'Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, in casa e nella campagna. Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto.

Dopo questi fatti, la moglie del padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Unisciti a me!». Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio signore non mi domanda conto di quanto è nella sua casa e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. Lui stesso non conta più di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, se non te, perché sei sua moglie. E come potrei fare questo grande male e peccare contro Dio?». E, benché ogni giorno essa ne parlasse a Giuseppe, egli non acconsentì di unirsi, di darsi a lei.

Ora un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c'era nessuno dei domestici. Essa lo afferrò per la veste, dicendo: «Unisciti a me!». Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e uscì. Allora essa, vedendo ch'egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, chiamò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per insultarci! Mi si è accostato per unirsi a me, ma io ho gridato a gran voce. Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito ed è uscito». Ed essa pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. Allora gli disse le stesse cose: «Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per corrompermi. Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste ed è fuggito fuori». Quando il padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava: «Proprio così mi ha fatto il tuo servo!», si accese d'ira. Il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re. Così egli rimase là in prigione. Ma il Signore fu con Giuseppe, gli conciliò benevolenza e gli fece trovare grazia agli occhi del comandante della prigione. Così il comandante della prigione affidò a Giuseppe tutti i carcerati che erano nella prigione e quanto c'era da fare là dentro, lo faceva lui. Il comandante della prigione non si prendeva cura più di nulla di quanto gli era affidato, perché il Signore era con lui e quello che egli faceva il Signore faceva riuscire.

Capitolo XL: Dopo queste cose il coppiere del re d'Egitto e il panettiere offesero il loro padrone, il re d'Egitto. Il faraone si adirò contro i suoi due eunuchi, contro il capo dei coppieri e contro il capo dei panettieri, e li fece mettere in carcere nella casa del comandante delle guardie, nella prigione dove Giuseppe era detenuto. Il comandante delle guardie assegnò loro Giuseppe, perché li servisse. Così essi restarono nel carcere per un certo tempo.

Ora, in una medesima notte, il coppiere e il panettiere del re d'Egitto, che erano detenuti nella prigione, ebbero tutti e due un sogno, ciascuno il suo sogno, che aveva un significato particolare. Alla mattina Giuseppe venne da loro e vide che erano afflitti. Allora interrogò gli eunuchi del faraone che erano con lui in carcere nella casa del suo padrone e disse: «Perché quest'oggi avete la faccia così triste?». Gli dissero: «Abbiamo fatto un sogno e non c'è chi lo interpreti». Giuseppe disse loro: «Non è forse Dio che ha in suo potere le interpretazioni? Raccontatemi dunque». Allora il capo dei coppieri raccontò il suo sogno a Giuseppe e gli disse: «Nel mio sogno, ecco mi stava davanti una vite, sulla quale erano tre tralci; non appena essa cominciò a germogliare, apparvero i fiori e i suoi grappoli maturarono gli acini. Io avevo in mano il calice del faraone; presi gli acini, li spremetti nella coppa del faraone e diedi la coppa in mano al faraone». Giuseppe gli disse: «Eccone la spiegazione: i tre tralci sono tre giorni. Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti restituirà nella tua carica e tu porgerai il calice al faraone, secondo la consuetudine di prima, quando eri suo coppiere. Ma se, quando sarai felice, ti vorrai ricordare che io sono stato con te, fammi questo favore: parla di me al faraone e fammi uscire da questa casa. Perché io sono stato portato via ingiustamente dal paese degli Ebrei e anche qui non ho fatto nulla perché mi mettessero in questo sotterraneo». Allora il capo dei panettieri, vedendo che aveva dato un'interpretazione favorevole, disse a Giuseppe: «Quanto a me, nel mio sogno mi stavano sulla testa tre canestri di pane bianco e nel canestro che stava di sopra era ogni sorta di cibi per il faraone, quali si preparano dai panettieri. Ma gli uccelli li mangiavano dal canestro che avevo sulla testa». Giuseppe rispose e disse: «Questa è la spiegazione: i tre canestri sono tre giorni. Fra tre giorni il faraone solleverà la tua testa e ti impiccherà ad un palo e gli uccelli ti mangeranno la carne addosso». Appunto al terzo giorno - era il giorno natalizio del faraone - egli fece un banchetto a tutti i suoi ministri e allora sollevò la testa del capo dei coppieri e la testa del capo dei panettieri in mezzo ai suoi ministri. Restituì il capo dei coppieri al suo ufficio di coppiere, perché porgesse la coppa al faraone, e invece impiccò il capo dei panettieri, secondo l'interpretazione che Giuseppe aveva loro data. Ma il capo dei coppieri non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò.

Capitolo XLI: "Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi. Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò. Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d'oriente spuntavano dopo quelle.  Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno. Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell'Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno lo sapeva interpretare al faraone.

Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: «Io devo ricordare oggi le mie colpe. Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, me e il capo dei panettieri. Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un significato particolare. Ora era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno spiegazione del suo sogno. Proprio come ci aveva interpretato, così avvenne: io fui restituito alla mia carica e l'altro fu impiccato».

Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo ed egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone. Il faraone disse a Giuseppe: «Ho fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito». Giuseppe rispose al faraone: «Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!». Allora il faraone disse a Giuseppe: «Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo. Quand'ecco salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi. Ed ecco sette altre vacche salirono dopo quelle, deboli, brutte di forma e magre: non ne vidi mai di così brutte in tutto il paese d'Egitto. Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. Queste entrarono nel loro corpo, ma non si capiva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai. Poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle. Ma ecco sette spighe secche, vuote e arse dal vento d'oriente, spuntavano dopo quelle. Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle. Ora io l'ho detto agli indovini, ma nessuno mi dà la spiegazione».

Allora Giuseppe disse al faraone: «Il sogno del re è uno solo: quello che Dio sta per fare, lo ha indicato al faraone. Le sette vacche belle sono sette anni e le sette spighe belle sono sette anni: è un solo sogno. E le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, sono sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d'oriente, sono sette anni: vi saranno sette anni di carestia. È appunto ciò che ho detto al faraone: quanto Dio sta per fare, l'ha manifestato al faraone. Ecco stanno per venire sette anni, in cui sarà grande abbondanza in tutto il paese d'Egitto. Poi a questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quella abbondanza nel paese d'Egitto e la carestia consumerà il paese. Si dimenticherà che vi era stata l'abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà molto dura. Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta ad eseguirla. Ora il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo del paese d'Egitto. Il faraone inoltre proceda ad istituire funzionari sul paese, per prelevare un quinto sui prodotti del paese d'Egitto durante i sette anni di abbondanza. Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l'autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nel paese d'Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia».

La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi ministri. Il faraone disse ai ministri: «Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?». Poi il faraone disse a Giuseppe: «Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te. Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te». Il faraone disse a Giuseppe: «Ecco, io ti metto a capo di tutto il paese d'Egitto». Il faraone si tolse di mano l'anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d'oro. Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: «Abrech». E così lo si stabilì su tutto il paese d'Egitto. Poi il faraone disse a Giuseppe: «Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d'Egitto». E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifer, sacerdote di On. Giuseppe uscì per tutto il paese d'Egitto. Giuseppe aveva trent'anni quando si presentò al faraone re d'Egitto. Poi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutto il paese d'Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni, nei quali vi era stata l'abbondanza nel paese d'Egitto, e ripose i viveri nelle città, cioè in ogni città ripose i viveri della campagna circostante. Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile. Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l'anno della carestia; glieli partorì Asenat, figlia di Potifer, sacerdote di On. Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché -disse- Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre». E il secondo lo chiamò Efraim, «perché -disse- Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione». Poi finirono i sette anni di abbondanza nel paese d'Egitto e cominciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutto l'Egitto c'era il pane. Poi tutto il paese d'Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Allora il faraone disse a tutti gli Egiziani: «Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». La carestia dominava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e vendette il grano agli Egiziani, mentre la carestia si aggravava in Egitto. E da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra.

Capitolo XLII: Ora Giacobbe seppe che in Egitto c'era il grano; perciò disse ai figli: «Perché state a guardarvi l'un l'altro?». E continuò: «Ecco, ho sentito dire che vi è il grano in Egitto. Andate laggiù e compratene per noi, perché possiamo conservarci in vita e non morire». Allora i dieci fratelli di Giuseppe scesero per acquistare il frumento in Egitto. Ma quanto a Beniamino, fratello di Giuseppe, Giacobbe non lo mandò con i fratelli perché diceva: «Non gli succeda qualche disgrazia!». Arrivarono dunque i figli d'Israele per acquistare il grano, in mezzo ad altri che pure erano venuti, perché nel paese di Canaan c'era la carestia.

Ora Giuseppe aveva autorità sul paese e vendeva il grano a tutto il popolo del paese. Perciò i fratelli di Giuseppe vennero da lui e gli si prostrarono davanti con la faccia a terra. Giuseppe vide i suoi fratelli e li riconobbe, ma fece l'estraneo verso di loro, parlò duramente e disse: «Di dove siete venuti?». Risposero: «Dal paese di Canaan per comperare viveri». Giuseppe riconobbe dunque i fratelli, mentre essi non lo riconobbero. Si ricordò allora Giuseppe dei sogni che aveva avuti a loro riguardo e disse loro: «Voi siete spie! Voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese». Gli risposero: «No, signore mio; i tuoi servi sono venuti per acquistare viveri. Noi siamo tutti figli di un solo uomo. Noi siamo sinceri. I tuoi servi non sono spie!». Ma egli disse loro: «No, voi siete venuti a vedere i punti scoperti del paese!». Allora essi dissero: «Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Canaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c'è più». Giuseppe disse loro: «Le cose stanno come vi ho detto: voi siete spie. In questo modo sarete messi alla prova: per la vita del faraone, non uscirete di qui se non quando vi avrà raggiunto il vostro fratello più giovane. Mandate uno di voi a prendere il vostro fratello; voi rimarrete prigionieri. Siano così messe alla prova le vostre parole, per sapere se la verità è dalla vostra parte. Se no, per la vita del faraone, voi siete spie!». E li tenne in carcere per tre giorni. 

Al terzo giorno Giuseppe disse loro: «Fate questo e avrete salva la vita; io temo Dio! Se voi siete sinceri, uno dei vostri fratelli resti prigioniero nel vostro carcere e voi andate a portare il grano per la fame delle vostre case. Poi mi condurrete qui il vostro fratello più giovane. Allora le vostre parole si dimostreranno vere e non morirete». Essi annuirono. Allora si dissero l'un l'altro: «Certo su di noi grava la colpa nei riguardi di nostro fratello, perché abbiamo visto la sua angoscia quando ci supplicava e non lo abbiamo ascoltato. Per questo ci è venuta addosso quest'angoscia». Ruben prese a dir loro: «Non ve lo avevo detto io: Non peccate contro il ragazzo? Ma non mi avete dato ascolto. Ecco ora ci si domanda conto del suo sangue». Non sapevano che Giuseppe li capiva, perché tra lui e loro vi era l'interprete. Allora egli si allontanò da loro e pianse. Poi tornò e parlò con essi. Scelse tra di loro Simeone e lo fece incatenare sotto i loro occhi. Quindi Giuseppe diede ordine che si riempissero di grano i loro sacchi e si rimettesse il denaro di ciascuno nel suo sacco e si dessero loro provviste per il viaggio. E così venne loro fatto. 

Segue l'episodio in cui Giuseppe manda i suoi fratelli a prendere Beniamino, poi, quando essi sono tornati con lui, (l'episodio) in cui Giuseppe nasconde nel sacco la coppa, finché Giuda tenta di giustificarsi col fratello che non ha ancora riconosciuto. È da qui che riprendiamo:

Capitolo XLV: Allora Giuseppe non potè più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: «Fate uscire tutti dalla mia presenza!». Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: «Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: «Avvicinatevi a me!». Si avvicinarono e disse loro: «Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto. Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito signore di tutto l'Egitto. Vieni quaggiù presso di me e non tardare. Abiterai nel paese di Gosen e starai vicino a me tu, i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, i tuoi greggi e i tuoi armenti e tutti i tuoi averi. Là io ti darò sostentamento, poiché la carestia durerà ancora cinque anni, e non cadrai nell'indigenza tu, la tua famiglia e quanto possiedi. Ed ecco, i vostri occhi lo vedono e lo vedono gli occhi di mio fratello Beniamino: è la mia bocca che vi parla! Riferite a mio padre tutta la gloria che io ho in Egitto e quanto avete visto; affrettatevi a condurre quaggiù mio padre». Allora egli si gettò al collo di Beniamino e pianse. Anche Beniamino piangeva stretto al suo collo. Poi baciò tutti i fratelli e pianse stringendoli a sé. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui.

Intanto nella casa del faraone si era diffusa la voce: «Sono venuti i fratelli di Giuseppe!» e questo fece piacere al faraone e ai suoi ministri. Allora il faraone disse a Giuseppe: «Di' ai tuoi fratelli: Fate questo: caricate le cavalcature, partite e andate nel paese di Canaan. Poi prendete vostro padre e le vostre famiglie e venite da me e io vi darò il meglio del paese d'Egitto e mangerete i migliori prodotti della terra. Quanto a te, da' loro questo comando: Fate questo: prendete con voi dal paese d'Egitto carri per i vostri bambini e le vostre donne, prendete vostro padre e venite. Non abbiate rincrescimento per la vostra roba, perché il meglio di tutto il paese sarà vostro». Così fecero i figli di Israele. Giuseppe diede loro carri secondo l'ordine del faraone e diede loro una provvista per il viaggio. Diede a tutti una muta di abiti per ciascuno, ma a Beniamino diede trecento sicli d'argento e cinque mute di abiti. Allo stesso modo mandò al padre dieci asini carichi dei migliori prodotti dell'Egitto e dieci asine cariche di grano, pane e viveri per il viaggio del padre. Poi congedò i fratelli e, mentre partivano, disse loro: «Non litigate durante il viaggio!». Così essi ritornarono dall'Egitto e arrivarono nel paese di Canaan, dal loro padre Giacobbe e subito gli riferirono: «Giuseppe è ancora vivo, anzi governa tutto il paese d'Egitto!». Ma il suo cuore rimase freddo, perché non poteva credere loro. Quando però essi gli riferirono tutte le parole che Giuseppe aveva detto loro ed egli vide i carri che Giuseppe gli aveva mandati per trasportarlo, allora lo spirito del loro padre Giacobbe si rianimò. Israele disse: «Basta! Giuseppe, mio figlio, è vivo. Andrò a vederlo prima di morire!».

Capitolo XLVI: Israele dunque levò le tende con quanto possedeva e arrivò a Bersabea, dove offrì sacrifici al Dio di suo padre Isacco. Dio disse a Israele in una visione notturna: «Giacobbe, Giacobbe!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Io sono Dio, il Dio di tuo padre. Non temere di scendere in Egitto, perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare. Giuseppe ti chiuderà gli occhi».

Giacobbe si alzò da Bersabea e i figli di Israele fecero salire il loro padre Giacobbe, i loro bambini e le loro donne sui carri che il faraone aveva mandati per trasportarlo. Essi presero il loro bestiame e tutti i beni che avevano acquistati nel paese di Canaan e vennero in Egitto; Giacobbe cioè e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e le nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto."

Seguono i nomi dei figli di Giacobbe e di quelli che li accompagnavano in Egitto, l'incontro di Giuseppe con Giacobbe e la sua presentazione al Faraone. Mosè prosegue:

«Ora Giuseppe diede in possesso a suo padre ed ai suoi fratelli in Egitto, nel luogo più fertile, Ramesse, come aveva ordinato il Faraone. Ed egli nutriva loro e tutta la casa di suo padre, dando dei viveri a ciascuno; perché in tutto l'universo mancava il pane e la carestia pesava principalmente sulla terra di Egitto e di Chanaan. Giuseppe raccolse da questi paesi tutto il denaro per la vendita del grano e lo portò al tesoro del re.

Quando fu esaurito il denaro del paese di Egitto e del paese di Canaan, tutti gli Egiziani vennero da Giuseppe a dire: «Dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi occhi? Infatti non c'è più denaro». Rispose Giuseppe: «Cedetemi il vostro bestiame e io vi darò pane in cambio del vostro bestiame, se non c'è più denaro». Allora condussero a Giuseppe il loro bestiame e Giuseppe diede loro il pane in cambio dei cavalli e delle pecore, dei buoi e degli asini; così in quell'anno li nutrì di pane in cambio di tutto il loro bestiame. Passato quell'anno, vennero a lui l'anno dopo e gli dissero: «Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro e anche il possesso del bestiame è passato al mio signore, non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo e il nostro terreno. Perché dovremmo perire sotto i tuoi occhi, noi e la nostra terra? Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane e diventeremo servi del faraone noi con la nostra terra; ma dacci di che seminare, così che possiamo vivere e non morire e il suolo non diventi un deserto!».

Allora Giuseppe acquistò per il faraone tutto il terreno dell'Egitto, perché gli Egiziani vendettero ciascuno il proprio campo, tanto infieriva su di loro la carestia. Così la terra divenne proprietà del faraone. Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle città da un capo all'altro della frontiera egiziana. Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò, perché i sacerdoti avevano un'assegnazione fissa da parte del faraone e si nutrivano dell'assegnazione che il faraone passava loro; per questo non vendettero il loro terreno. Poi Giuseppe disse al popolo: «Vedete, io ho acquistato oggi per il faraone voi e il vostro terreno. Eccovi il seme: seminate il terreno. Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone e quattro parti saranno vostre, per la semina dei campi, per il nutrimento vostro e di quelli di casa vostra e per il nutrimento dei vostri bambini». Gli risposero: «Ci hai salvato la vita! Ci sia solo concesso di trovar grazia agli occhi del mio signore e saremo servi del faraone!». Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi sui terreni d'Egitto, per la quale si deve dare la quinta parte al faraone. Soltanto i terreni dei sacerdoti non divennero del faraone. 

Israele abitò in Egitto dunque, cioè nella terra di Gessen, e la possedette; ed egli aumentò e si moltiplicò estremamente. E visse diciassette anni; ed i giorni della sua vita furono di centoquarantasette anni. E siccome vedeva avvicinare il giorno della sua morte, chiamò suo figlio Giuseppe e gli dice: "Se ho trovato grazia davanti a te, metti la tua mano sotto la mia coscia ed avrai per me questo riguardo e questa lealtà di non seppellirmi in Egitto ma di lasciarmi dormire coi miei padri, di trasportarmi fuori da questa terra e di mettermi nel sepolcro dei miei antenati". Giuseppe gli rispose: "Sì, farò ciò che mi avete comandato". E lui: "giuramelo", E glielo giurò; allora Israele si prostrò sul capezzale del letto.»

Segue la benedizione di Efraim e di Manasse e poi la profezia di Giacobbe su ciascuno dei suoi figli, le sue ultime raccomandazioni e la sua morte.

Capitolo L: Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò. Poi Giuseppe ordinò ai suoi medici di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele e vi impiegarono quaranta giorni, perché tanti ne occorrono per l'imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero settanta giorni.

Passati i giorni del lutto, Giuseppe parlò alla casa del faraone: «Se ho trovato grazia ai vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole: Mio padre mi ha fatto giurare: Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel sepolcro che mi sono scavato nel paese di Canaan. Ora, possa io andare a seppellire mio padre e tornare». Il faraone rispose: «Va' e seppellisci tuo padre com'egli ti ha fatto giurare».

Allora Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani del paese d'Egitto, tutta la casa di Giuseppe e i suoi fratelli e la casa di suo padre. Soltanto i loro bambini e i loro greggi e i loro armenti essi lasciarono nel paese di Gosen. Andarono con lui anche i carri da guerra e la cavalleria, così da formare una carovana imponente. Quando arrivarono all'Aia di Atad, che è al di là del Giordano, fecero un lamento molto grande e solenne ed egli celebrò per suo padre un lutto di sette giorni. I Cananei che abitavano il paese videro il lutto all'Aia di Atad e dissero: «È un lutto grave questo per gli Egiziani». Per questo la si chiamò Abel-Mizraim, che si trova al di là del Giordano. Poi i suoi figli fecero per lui così come aveva loro comandato. I suoi figli lo portarono nel paese di Canaan e lo seppellirono nella caverna del campo di Macpela, quel campo che Abramo aveva acquistato, come proprietà sepolcrale, da Efron l'Hittita, e che si trova di fronte a Mamre. Dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre.

Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?». Allora mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre prima di morire ha dato quest'ordine: Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!». Giuseppe pianse quando gli si parlò così.

E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!». Ma Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò e fece loro coraggio. Ora Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; Giuseppe visse centodieci anni. Così Giuseppe vide i figli di Efraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. Poi Giuseppe disse ai fratelli: «Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch'egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe». Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: «Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa». Poi Giuseppe morì all'età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto."

Non si sà, e i Padri della Chiesa non hanno mancato di farlo, cosa dobbiamo ammirare di più del santo e nobile patriarca Giuseppe, se la sua pietà filiale, la sua sottomissione alla Provvidenza, la dolcezza della correzione fraterna verso i suoi fratelli, il suo perdono nelle offese, o la sua modestia negli onori. Per tutte queste qualità è un modello di santità e una figura del Cristo, particolarmente nella Sua regalità sociale. Ma andremo a vedere, grazie ai lavori di Fernand Crombette, che il genio di Giuseppe supera persino quel che ne dice Mosé nella Genesi. Il disegno divino di fare della discendenza di Abramo un grande popolo si avvera particolarmente grazie all'insediamento dei figli di Israele in Egitto dove si moltiplicheranno in attesa dell'Esodo e del ritorno in Chanaan circa quattrocentosettanta anni più tardi.

Esaminiamo ora tutto quel che rivelano le iscrizioni geroglifiche su Giuseppe e precisiamo innanzitutto quali faraoni regnavano in Egitto quando arrivò prigioniero il figlio di Giacobbe. Il paese era allora sotto il dominio dei re della XVª dinastia chiamata Hyksôs, di origine metà cananea e metà egiziana che aveva vinto e soggiogato i Sésôstris, faraoni autoctoni della XIIª dinastia. Estinta questa, gli Hyksôs avevano diviso l'Egitto in dodici regni vassalli che furono affidati, sotto la loro autorità, ad altrettanti faraoni dei XIIIª e XIVª dinastia, una del nord, l'altra del sud. È del faraone sovrano Hyksôs, che era allora Khaion o Apophis il Grande, che Giuseppe divenne viceré.

Non possiamo neanche sperare di trovare delle iscrizioni col nome di Giuseppe perché queste erano realizzate per commemorare delle cerimonie di culto degli egiziani alle quali il patriarca non partecipava a causa della purezza della sua fede; ma i faraoni che furono i suoi vassalli nei lunghi anni che seguirono la carestia non furono tenuti a questa discrezione; e mentre formavano i loro nomi reali con gli elementi dei nomi dei loro sovrani Pastori, dovettero anche farvi delle allusioni lusinghiere al viceré. È così che Crombette ha scoperto un'iscrizione particolarmente espressiva in merito: è quella di un re che l'egittologo Gauthier, nel suo "Libro dei re d'Egitto" chiama: "Ousir ... Rê Sebekemsaf III".

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Questo primo scudo si legge: "Il superfluo dei giardini è stato introdotto nei granai per conservare al paese della farina. Lode al molto previdente che ha conservato dei grandi ammassi d'acqua". Ecco Giuseppe ben designato. Ma c'è meglio: certe parti dell'iscrizione si prestano ad altre letture per omonimia: "Giuseppe, adoratore di un solo Dio"; "Giuseppe è veramente bello di viso"; "Giuseppe, di belle forme, molto perfettamente proporzionate"; "uno degli associati di Giuseppe durante la sua monarchia assoluta". 


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Il secondo scudo non è meno eloquente. Ecco cosa dice: "La diga è stata irrobustita contro le rotture con dei pali piantati dentro e riuniti nel mezzo con dei legami e con dei supporti in carpenteria". Ma, come il primo scudo, si presta anche ad altre letture: "ll grande dottore, di un buco ha fatto un mare, vicino alla sepoltura dei celesti". I celesti di cui si tratta sono i coccodrilli divinizzati le cui mummie erano conservate nelle cripte del grande Labirinto edificato al centro della depressione del Fayoum dove erano state accumulate come in un mare interno grandi masse d'acqua che la diga doveva contenere in vista dei sette anni di siccità di cui parla la Bibbia. Ma, nel secondo scudo, possiamo trovare ancora tre allusioni a Giuseppe: "Giuseppe, il profeta che dà il nutrimento, il capo inviato da Dio, Sâphenath Pahenêach, il rivelatore delle profezie"; "Giuseppe soprannominato come dirigente Saphenath Pahenêach, il grande Pastore"; "Il grande signore inviato dal grande Celeste per preservare dalla fame le moltitudini e superare il peggio e soddisfarli in acqua". 

Grazie ai suoi lavori egittologici, Fernand Crombette si è reso conto di un fatto che a prima vista non appare nel Libro della Genesi, cioè che il potere di Giuseppe si è esteso sulla quasi totalità del mondo conosciuto di allora. In effetti, ecco il testo di una traduzione di un'iscrizione relativa ad Apophis il Grande, il faraone di cui Giuseppe interpretò i sogni: "Quello che ha rinunciato al mese che era in eccedenza all'anniversario, Khaion (altro nome di Apophis) il grande capo attraverso l'Africa e le innumerevoli località nelle quali vi è una moltitudine, la Double ed il cerchio universale dei mari; il grande capo delle case dei grandi re". Eccoci in presenza della definizione egiziana dell'impero di Apophis: l'Africa, è tutto il continente africano meno l'Egitto; l'Asia è designata con una perifrasi: le innumerevoli località nelle quali vi è una moltitudine; l'Egitto propriamente detto è la Double; il cerchio universale dei mari, è la parte Sud dell'Europa. Questa concezione è confermata dall'iscrizione ittita situata a Djerablous e tradotta da Crombette ne "Il vero volto dei figli di Heth": "Il signore supremo dei re che comanda Avaris è diventato il signore della pienezza delle regioni che circondano Karkémish, tra il nord e il mezzogiorno, l'oriente e l'occidente; il capo supremo, con il capo delle truppe di Karkémish, ha abbattuto il grande principe di Bel".

Apophis si diceva e poteva dirsi il signore delle estremità giacchè dominava dall'oceano Atlantico all'oceano Scitico che copriva allora la maggior parte dell'Asia. Citiamo ancora due iscrizioni ittite relative a Giuseppe: "Il Celeste inviato dal Primo degli dèi, per rivelare i sogni e conservare gli uomini in vita, è stato dato dal grande signore supremo per dirigere i re; il profeta del Dio Altissimo è superiore ai capi dei greggi". E ancora: "Il Celeste inviato dal Primo degli dèi al grande Pastore è stato tratto dalla prigione degli schiavi; avendo divulgato la visione doppia rimasta nascosta al collegio dei saggi venuti per profetizzare, è stato unto dirigente dei signori delle case e capo supremo delle pecore affinché possa dare un pieno nutrimento alla moltitudine". Infine, anche i re di Creta riconoscono l'autorità di Giuseppe. Vediamo dunque che l'impero sul quale regnò Giuseppe superò di molto quello che ci hanno detto i commentatori della Bibbia.

Giuseppe ebbe non solo una posizione di primo piano, ma fu un grande uomo politico nel senso nobile del termine. In effetti, quando fu elevato al potere supremo, c'erano dodici regalità vassalle in Egitto. Invece di sopprimerle, Giuseppe ebbe l'idea di associare questi re al compito pesante che lo aspettava e di farne i suoi ministri. Essi non avevano dunque più un potere locale, ma una responsabilità nazionale. Nel periodo di 15 anni durante il quale la loro monarchia fu sospesa, gli ultimi dodici faraoni della XIIIª e XIVª dinastia morirono. Furono quindi rimpiazzati da nuovi ministri che dovevano, passata la carestia, recuperare gli antichi troni nella XVIIª dinastia. Ora, i nomi di questi ultimi evocano le loro funzioni ministeriali: l'inizio di questi nomi indica i loro titoli: "Quello che veglia su un continente", o "Amministratore supremo di una parte degli affari più alti". La seconda parte del loro nome rivela la natura delle loro responsabilità. È così che si trova un Ministro dell'Agricoltura, un altro della Manodopera Nazionale, un terzo dell'irrigazione, un quarto dei Prigionieri di Guerra, un quinto dell'Interno, un sesto delle Riserve d'acqua, un settimo delle Finanze, un ottavo della Difesa Nazionale, un nono degli Approvvigionamenti, un decimo dei Culti, un undicesimo della Navigazione e un dodicesimo dei Rifornimenti.

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figura 3

Andiamo a scoprire adesso alcune invenzioni di Giuseppe che mostrano il suo genio universale. Innanzitutto, leggendo certe iscrizioni geroglifiche e riflettendo sulla questione della scrittura, Crombette si è reso conto che fu Giuseppe ad inventare l'alfabeto. In effetti, la scrittura era stata inventata già prima del Diluvio come testimoniano i legni parlanti dell'isola di Pasqua, le iscrizioni di Mohenjo-Daro nella valle dell'Indo e le pitture rupestri delle caverne; il sistema geroglifico era stato ripreso dopo il Diluvio dai discendenti di Cham, in particolare da Ludim-Thôt in Egitto. Ma, come ha scoperto Crombette, questi geroglifici servivano molto più alla magìa che al semplice scambio di informazioni. Ora gli Ebrei, figli di Giacobbe e adoratori del Dio unico, non potevano utilizzare questo sistema di scrittura. É per loro che Giuseppe inventò l'alfabeto che, per la separazione delle consonanti dalle vocali, vietava di praticare la magìa. Questa scoperta è confermata da tre iscrizioni geroglifiche che si riferiscono a Giuseppe e si leggono: "Quello che ha ridotto la scrittura ai suoi primi elementi, che è arrivato a produrre alla luce del giorno la ragione dei suoni"; e ancora "In precedenza, le immagini si adattavano alle parole in comune e occorreva una moltitudine di forme. L'oracolo dei grandi dottori, Giuseppe, è venuto per primo a isolare i frammenti che producono le parole e con questi primi elementi comporre una serie di alcuni"; e infine "Giuseppe, superiore ai grandi saggi, venuto dai palmeti, ha disgiunto le parole per astenersi dal gettare delle sorti". I nomi delle lettere ebraiche hanno dei nomi egiziani ed è facile mostrare come queste lettere derivino dai geroglifici che rappresentano questi nomi. Noi non enumereremo tutte le lettere, ma daremo semplicemente il quadro della figura 3 che descrive la parentela tra l'alfabeto ebraico e il demotico. Occorrerebbe una conferenza particolare per trattare tutta questa questione, e quindi non lo faremo nel quadro di questa esposizione. Le persone interessate possono riferirsi al libro "Giuseppe, maestro del mondo e delle Scienze" nel capitolo "Giuseppe, analista del linguaggio".

 

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figura 4

Il nostro patriarca non fu solamente un eminente politico, un sapiente linguista, fu anche un grande ingegnere nel senso moderno del termine; praticò questa attività in parecchie discipline: l'idraulica, la meccanica, l'ottica e la mineralogia. Cominciamo dalla prima: è lui che, per preparare l'Egitto agli anni di siccità che aveva predetto al Faraone, progettò la realizzazione di un immenso serbatoio d'acqua nell'area depressa del Fayoum. Per far questo, costruì una diga lunga circa 180km ed alta 15 metri. Quest'affermazione è confermata dalla traduzione di un scudo del XVI re della XIVª dinastia che dice: "Quello che possiede il grande potere, che è stato messo alla testa di una regione principale da quello che conserva in buono stato dei mucchi di frumento per coprire con anticipo un grande pericolo, il protettore che ha circondato la contrada bassa con una costruzione più importante dell'antica, il grande sapiente che sparge sul gregge di cui è il solo capo l'eccellenza dei suoi doni e che è simile al capo supremo, sublime capo genealogico". Lo storico Guérin du Rocher nota nella sua Vera Storia dei tempi favolosi che "Gli orientali, e ancor'oggi i copti, attribuiscono al patriarca Giuseppe l'impresa del lago Moeris o del Fayoum". La figura 4 rappresenta una carta di questo serbatoio. Il nostro patriarca lo dotò di chiuse per regolare l'afflusso dell'acqua, come è confermato dal nome del secondo re della XVIIª dinastia che si legge: "Il grande signore venuto dal cielo ha riunito l'acqua in abbondanza in un grande luogo, chiuso da porte per misurare l'uscita dell'acqua nell'avvenire".

Il canale laterale al Nilo porta il nome significativo di Bahr Youssouf, il fiume di Giuseppe. Questo canale aveva per scopo di aumentare l'irrigazione e le seminagioni in Medio ed Alto-Egitto. L'origine di questo canale e il suo modo di scavo è confermata dalle iscrizioni di due Faraoni di Hypselis della XVIIª e XVIIIª dinastia. Ecco ciò che danno le loro traduzioni: "Quello che era veramente molto amato e che è rimpianto dal signore supremo delle foci, dal capo supremo dell'Egitto e dal saggio supremo, che ha raddoppiato i canali per fare che i giardini siano inondati più che un tempo..." e ancora "Sôhâg, la grande, è vicina al confine superiore della casa che attraversa da parte a parte, fino al suo limite inferiore, il canale fatto da mani d'uomo. Egli ha garantito questo troncone del canale, ne ha allontanato le sabbie, estratto il fango che vi si era introdotto, conservato alle acque il loro corso, assicurato il rifacimento regolare degli argini in tempi determinati". Giuseppe assicurò dunque, con il suo serbatoio senza uguale e i suoi canali, l'irrigazione dell'Egitto durante i sette anni di siccità, ma, anche dopo la crisi, questi lavori conservarono tutto il loro valore. Esiste un altro monumento eccezionale della scienza di Giuseppe in idraulica, è un pozzo destinato a procurare dell'acqua potabile alla città di Menfi, pozzo, anch'esso, unico nel suo genere. È descritto in un'iscrizione di un faraone che regnò approssimativamente a Menfi dal 1611 al 1597.

 

giuseppe 05 figura 5

Ecco ciò che dice: "Molti vasi-misura su una catena vengono successivamente all'uscita pieni d'acqua che poi rigettano, ciò è fatto da un movimento circolare prodotto da un grande àrgano spinto da un paio di buoi condotti nella parte superiore". Siccome questo faraone dice altrove di essere stato fatto re dal grande inviato del cielo, è chiaro che la creazione alla quale il suo nome fa allusione è del suo sovrano Giuseppe. Abbiamo avuto qui la definizione del sâqiyèh che serve a sollevare le acque del fiume durante la magra. Un'altra iscrizione dello stesso faraone dice similmente: "Dei vasi-misura numerosi sono stati messi al seguito uno dell'altro nell'acqua potabile del pozzo di un deposito sotterraneo che dà abbondantemente; su una catena continua, essi arrivano all'uscita pieni d'acqua che poi rigettano per un movimento circolare che è prodotto da due buoi condotti nella parte superiore". Un'altra lettura della stessa iscrizione dà: "Meraviglia! un'arteria nella roccia tagliata a picco è stata determinata con la bacchetta; dei vasi per attingere elevano ed estraggono un nuovo scorrimento dalla parte più profonda di una sorgente intatta, l'acqua dei pozzi essendo corrotta".

Questa seconda lettura ci mostra che Giuseppe aveva anche un talento di radiestesista. Esiste al Cairo un pozzo profondo 88m la cui l'acqua risale da un doppio sâqiyèh e che porta il nome di pozzo di Giuseppe. Una sezione verticale di questo pozzo è data alla figura 5 (cliccare per ingrandire). La traduzione di un'iscrizione dello stesso faraone conferma la profondità del pozzo. Eccola: "Si è andati fino a venti grandi canne-misura per incontrare l'acqua scavando il condotto d'acqua nella pietra dura; i lavori sono stati eseguiti perfettamente bene; la grande intelligenza del signore aveva fatto vigilanza ed ha diretto i lavori con prudenza". 

La macchina elevatrice di profondità inventata da Giuseppe non fu solamente il sâqiyèh, apparecchio di superficie ridotto, essa è anche all'origine della noria e della draga. E comportava una catena senza fine che è il principio della correggia e di tutte le trasmissioni che propagano a distanza un movimento circolare; ora, questa scoperta è alla base di tutte le nostre macchine industriali. Nel sâqiyèh primitivo la ruota orizzontale della giostra è guarnita esternamente da denti di legno che ingranano parimenti con una ruota dentata verticale della stessa natura. Quel che bisogna notare, è che nel sistema egiziano la ruota dentata orizzontale è più grande di quella verticale con la quale ingrana; essa fa dunque più giri di quanti ne facciano i buoi; l'apparecchio è dunque concepito come un moltiplicatore di velocità. È dunque a Giuseppe che siamo debitori dell'invenzione della moltiplicazione della velocità. D'altronde, il nome dato dal Faraone a Giuseppe nella Bibbia si adatta perfettamente alla descrizione del sistema poiché si può comprendere: "Ciò che è intagliato di denti all'intorno ha per scopo di trascinare una ruota simile". Giuseppe è dunque il precursore della meccanica industriale.

serr 1 serr 2 serr 3

A.
Il gancio passa sotto la placca..

B.
Il gancio è in presa.

C.
Per aprire dall'interno

Adesso vedremo anche che il nostro patriarca è l'inventore della serratura. In effetti, il IV re della XVIIª dinastia, vassallo di Giuseppe che regnò in Nubia dal 1611 al 1601, ha nel suo scudo un segno strano davanti al quale l'egittologo Guathier non ha saputo mettere che un punto interrogativo; Crombette si è reso conto che si trattava di una molla con un'appendice a forma di linguetta che rappresenta una serratura. L'insieme dell'iscrizione si traduce nel modo seguente: "Una verga di ferro che fa dei salti (cioè a dire un gambo metallico a molla) inserita nell'abitazione è un'eccellente difesa. Prima, quando veniva un ladro, si era esposti a che questo facesse cadere la barriera di protezione. Il grande capo mandato del cielo, ai vecchi catenacci delle abitazioni ne ha sostituito uno nuovo, più forte degli altri; passare la soglia di un'abitazione che ha tale protezione è impossibile ai cattivi".

Lo scudo del VII faraone della XVIIª dinastia che regnò a Tebe sotto l'autorità di Giuseppe ha indicato a Crombette le scoperte del patriarca in ottica: innanzitutto quella della livella ad acqua che contiene l'iscrizione. In effetti, questo strumento appare qui per la prima volta. La sua invenzione ne è dunque contemporanea. Peraltro, la descrizione di questo strumento in copto è omonima al soprannome di Giuseppe, Baralion, occhio di Lince. D'altra parte, la sua realizzazione suppone la scoperta preliminare del vetro che da Plinio è attribuita ai Fenici. Si tratta, una volta di più, di un'invenzione dovuta "al Fenicio", Giuseppe. È notevole che il nome dato dal Faraone a Giuseppe, ripetuto due volte, descrive esattamente il procedimento di fabbricazione del vetro a partire dalla sabbia. Una lettura di una parte dell'iscrizione del re di Tebe si trascrive nel seguente modo: "Si vede fino a una distanza estrema con la scoperta, di quello che impone delle ordinanze, della lente di ingrandimento (o di ciò che ingrossa molto le immagini delle mansioni). Le stelle estreme non erano viste ad eccezione di quelle che sono in abbondanza e splendenti; le piccole sono rivelate ora anche a grande distanza".

Giuseppe non fu dunque soltanto l'inventore del vetro e del cristallo, ma trasse dalla sua scoperta multiple conseguenze, ne ha fatto dei vetri, la livella, la lente d'ingrandimento e il telescopio o l'occhiale. Una traduzione omofona della totalità dell'iscrizione è ancora più rivelatrice: "Quello che possiede la potenza di creare più della moltitudine degli anziani, il dirigente aggiunto al signore del gregge, ha scoperto questo modo di accrescere le immagini con delle mandorle rigonfiate sulla loro faccia curva superiore talvolta anche abbassandosi in pendenza curva nell'interno, e completamente lucide sulla loro faccia utile simile a una coppa, che si introduce nei due tubi di mira, scivolando uno nell'altro fin quando l'osservazione è aumentata regolarmente, dirigendo un'estremità verso il viso e un'estremità in alto. Questo superuomo ha osservato una moltitudine di astri del cielo certamente più grande di quella che avevano riportato altri uomini dalla vista più acuta per grande che fosse nel prolungamento del tempo. Si vede fino a una distanza estrema con la scoperta, che è al di sopra delle altre, di ciò che ingrossa molto le immagini delle mansioni. Le stelle estreme non erano viste, eccetto quelle che erano in abbondanza e splendenti; le piccole sono rivelate ora anche a grande distanza".

Un faraone della XVIIIª dinastia che fu fondata subito dopo la morte di Giuseppe, ha nel suo scudo un prisma in vetro. Non è dunque inverosimile che gli egiziani abbiano conosciuto questo oggetto e che si possa attribuirne la paternità a Giuseppe. É lo stesso per la lampada a miccia la cui invenzione è attribuita a Giuseppe in un'iscrizione del II faraone della XVIIª dinastia che regnò a Cusa dal 1637 al 1623. Ecco cosa dice: "Quello da cui sono venuti i mari (le riserve del Fayoum), da cui è venuto il segno, che ha fatto il casco, l'inventore ultimo, ha avuto l'intuizione che una lunga frangia conficcata nella miscela aumenterebbe molto il chiaro della lampada". Ma il nostro patriarca non si limitò a questo: inventò anche il cero, come manifesta un'iscrizione del IV re della XVIª dinastia che si legge: "Della cera infiammata con dentro una corda intrecciata dà della luce"; o "Le pareti degli alveoli delle api, sagomate in lunghezza e tagliate a misura, dove si introduce un cordone ritorto, offrono una grande fiamma". Se si trascrive in copto la descrizione di un cero, si ritrova il soprannome di Giuseppe, Baralion. É dunque senza dubbio a questo inventore geniale che bisogna attribuirne la scoperta.

Il nome del VII re della XVIIª dinastia che regnò a Silsilis dal 1590 al 1580, ha un'iscrizione che si traduce: "Il profeta delle mietiture abbondanti e delle mietiture scarse è morto; il Capo e la moltitudine sono al colmo della disgrazia"; ma anche "Il profeta, distillando la nafta in un certo modo, ha fatto ai navigatori una grande luce". Il re di Damanhour, contemporaneo del precedente, che aveva nella sua circoscrizione il porto di Rhacotis, la moderna Alessandria, conferma che il faro illuminò due volte più di prima. Giuseppe è dunque un precursore della chimica moderna. Crombette mostra che gli va attribuita anche l'invenzione della porpora e del nardo. Egli sarebbe stato il primo a portare il manto rosso che doveva rivestire successivamente i grandi di questo mondo e di cui i soldati di Pilato rivestirono Nostro-Signore durante la sua Passione.

In seguito ai grandi benefici della sua lunga amministrazione, Giuseppe fu considerato dagli Egiziani come una specie di dio. È così che Suidas, citato da Guérin du Rocher nella sua "Storia dei tempi favolosi", parla di un dio Fauno che, perseguitato dai suoi propri fratelli fuggì in Egitto, vi rimase, vi profetizzò e fu adorato dagli Egiziani perché li aveva colmati di beni e di ricchezze. Vediamo che si tratta di Giuseppe al quale il Faraone aveva dato il nome di Phaneach, ma anche del Fauno dei Latini, divinità campestre creata a immagine di Pan. Nella mitologia, quest'ultimo passava per figlio di Hermès-Thôt ed aveva inventato il flauto a sette tubi detto flauto di Pan col quale regolava la danza delle ninfe e accompagnava i cortei. É dunque sempre a Giuseppe che bisogna attribuire l'invenzione del flauto di Pan. Del resto, il geroglifico che rappresenta questo flauto e che si trova nelle iscrizioni si può leggere: "Giuseppe è il primo", cioè è l'inventore della siringa o flauto di Pan.

C'è di meglio: se si aggiunge alla descrizione della siringa il nome di Giuseppe, si ottiene: "Con sette imboccature si arriva a produrre i suoni principali". Qui tocchiamo il vertice della musica. Giuseppe non è più solo un ingegnoso costruttore di strumenti, è il padre della scienza degli accordi, dell'armonia, è l'autore della gamma razionale a sette note. Il suo potente spirito di analisi che gli ha fatto scomporre le sillabe in consonanti e vocali, gli ha fatto anche scoprire i suoni essenziali. Crombette mostra anche, leggendo il soprannome di Giuseppe, che è lui che ha aggiunto una cassa di risonanza alla lira per fare la chitarra, il che aumentava la durata e l'intensità dei suoni. Infine, un'altra lettura del soprannome di Giuseppe mostra che il flauto ha accompagnato i funerali di Giacobbe: "Le canne hanno condotto i cantanti fino alla tomba di quello che è morto più che centenario".

Il primo re che regnò a Bubaste dopo la carestia ha nel suo scudo un segno che rappresenta un casco che copre obliquamente lo schienale di un seggio osiriano. La lettura di questo scudo è: "Il capo, che ama la moltitudine disposta in ranghi (l'armata), ha detto di darle nel tempo presente, per preservarla dalla morte per frattura del cranio, un copricapo armato in cuoio duro ricoperto di metallo". Questa iscrizione conferma che è Giuseppe l'inventore del casco. Crombette mostra difatti che si ritrovano nell'iscrizione i due soprannomi del patriarca: Baralion e Caphenath Pahenêach. Prova infine che Giuseppe, che fu assimilato come abbiamo appena visto al dio Pan, è all'origine dell'espressione panico, poichè ispirò un grande terrore alle truppe tebane mettendosi alla testa dell'esercito che le combatteva. Le corna che si vedono sulla fronte del dio Pan rievocano probabilmente la luce che doveva emanare il viso splendente di Giuseppe, come avvenne più tardi con di Mosé quando discese dal Sinai. Notiamo infatti che le parole corno e raggio sono rese dalla stessa parola ebraica Keren.

 

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Andiamo ora a presentare uno scarabeo di un faraone che regnava nel Basso-Egitto sotto gli ordini di Giuseppe al momento della morte di Giacobbe, e a mostrare che questo segno, che appare per la prima volta e che in seguito si troverà frequentemente sui sarcofaghi egiziani, è al tempo stesso un segno anti-magico contenente la firma di Giuseppe e il racconto di un episodio dei funerali di Giacobbe. Il segno che si trova sotto l'occhio/// - /// non è altro che la firma alfabetica di Giuseppe, che contiene uno iod /// - ///, un waw /// - /// , uno zaïn I e un phé giuseppe 11 . Il nome reale intero si legge: "Essendo in marcia verso la dimora nascosta del capo, si è prodotto un prodigio quando si arrivò alla tappa che è ai confini: il fiume torrentizio, ingrossato, ribolliva ed era fortemente debordato; la volontà del Signore del cielo fece sì che la compagnia giungesse senza danno e velocemente alla riva opposta per l'azione del grande profeta". Questa lettura è confermata da quella del nome del XXXI re cretese della prima dinastia, salito sul trono nel 1641: "Giuseppe, avendo imbalsamato suo padre morto, il re di Creta ha avuto compassione del suo dolore e gli ha fatto onore. La grande spalla (la grande potenza) del saggio ha diviso le acque gonfiate del fiume, e l'assemblea del dirigente delle pecore (Giacobbe) è andata al di là deporlo con cura nella sua fossa".

Queste due iscrizioni rivelano un miracolo operato da Giuseppe che non figura nelle traduzioni correnti del Libro della Genesi. Ciò ha condotto Crombette a pensare che la lingua primitiva della Bibbia è il copto e che è col copto che bisogna tradurla. E questa ipotesi è stata pienamente verificata. In effetti, ecco ciò che dà il passaggio corrispondente della Bibbia tradotto in questo modo: "E mentre, in un religioso rispetto, Giuseppe si avvicinava sotto il peso del dolore verso Chanaan in vista di far arrivare il lutto a Heth, le acque, portate al punto culminante, si èrsero contro il corteo in marcia. Ma, su una vera grande parola di quello che esercitava la direzione del lutto, i flutti potentemente agitati smisero di scorrere, cambiarono strada, si tennero in riposo e tacquero, e la truppa armata considerevole passò oltre l'acqua del torrente che fa il limite dell'eredità dei figli generati da Rê, e si inchinò davanti a Colui Che È sostanzialmente e che l'ebreo di Eliopoli teme (Giuseppe)".

Il miracolo operato da Giuseppe alla traversata dell'uadi Arish, che fa la frontiera tra l'Egitto e la terra di Chanaan, appare chiaramente in questa nuova traduzione. Il riflusso del fiume sulla parola di Giuseppe è confermato da due iscrizioni cretesi di cui una si legge: "Emettendo grandi grida di dolore, essi andavano attraverso il paese tutti insieme col profeta. Caphenath Pahenêach è entrato nel fiume che si spandeva a flutti muggenti. La terra si è ammucchiata per colmarlo su suo comando e si è andati passo passo attraverso"; e l'altro: "La moltitudine riunita perchè sia inviato lontano il padre morto del buon conduttore Giuseppe, sacerdote dell'Eterno, ha visto i flutti agitati andare indietro e, al ritorno, fare lo stesso per l'effetto delle parole dall'azione efficace proferite dal capo la cui scrittura potente annulla il male lanciato". La seconda iscrizione parla di un secondo miracolo al ritorno dal funerale e del potere antimagico della firma di Giuseppe. Vedremo ora che anche questo è confermato dalla lettura copta dell'episodio corrispondente del Libro della Genesi.

In effetti, ecco cosa dà: "Inoltre, spostandosi in senso contrario Giuseppe e la sua nazione, i flutti erano ugualmente molto agitati; il grande uomo impose all'acqua di andare in disparte e riunì la grande moltitudine del lutto che si prosternò davanti al Dio potente che fa che l'acqua scorra e smetta di scorrere". Abbiamo visto che il re di Creta diceva anche che Giuseppe era il capo la cui scrittura potente annulla male il lanciato. Questo lo dice anche lo scarabeo del II re della XVIIª dinastia i cui occhi sottolineati si possono leggere: "Profeta, fa' sparire le infamie del morto; che egli sia purificato; combatti le calunnie pubblicate; respingi come fautori di cattivi presagi quelli che faranno delle imprecazioni: rompi la volontà di fare del male agli stregoni malefici". E questo spiega perché, a partire dalla XVIIª dinastia, questi segni strani si trovano frequentemente dipinti sui sarcofaghi. Anche il III re della XVIIª dinastia, che regnò a Damanhour dal 1636, fa allusione alla firma nel suo nome che si comprende: "Quello che costruì un tempio per l'istituzione che dà uno svolgimento regolare (i giubilei trentennali istituiti da Thoth) ma che resta fedele ai segni inviati di Dio, perché ciò che era funesto, per un segno nuovo, è buono". Ora, Crombette mostra, con l'etimologia copta, che il nome stesso di Giuseppe ha per senso: "Il Signore rigetta, Il Signore sovrasta". Gli egiziani potevano dunque invocare questo nome come più tardi gli Apostoli invocheranno il nome di Gesù e come la Chiesa che istituirà la festa del Santo Nome di Gesù dopo la predicazione di San Bernardino da Siena e di San Giovanni da Capistrano.

Possiamo trovare ancora due conferme del potere antimagico della firma di Giuseppe nella lettura delle due iscrizioni seguenti dello stesso re di Damanhour: "La grande benevolenza di colui che penetra i sogni ha offerto efficacemente nel suo sigillo scritto un grande soccorso divino ai morti contro gli incantesimi, resi nulli, e per preservarli dai lanciatori di parole contro il loro sonno"; e ancora: "Essendo rattristato dalla morte dell'anziano, quello che è molto benevolo e che ha penetrato i sogni del re defunto, allo scopo di preservare suo padre dai malvagi ha fatto un segno".

giuseppe 12
figura 6

Abbiamo visto, nel racconto della Genesi, che quando Giuseppe era stato investito del potere dal Faraone, questi gli aveva dato un nome che è letteralmente Caphenaath-Pahenecha e che San Gerolamo ha tradotto nella Vulgata con "Salvatore del mondo". In effetti, ci renderemo conto che questo nome ispirato, grazie alla ricchezza e all'agilità della lingua copta, ha multipli significati che rievocano i suoi fatti e gesti e che Crombette ha in parte ritrovato. Andiamo ad enumerarli e, se necessario, a commentarli:

- Figlio di un grande capo che raggiunge l'età di cento anni. Giacobbe aveva 91 anni difatti quando gli nacque Giuseppe.
- Dei disprezzabili induriti ne hanno vergognosamente tratto profitto con dei ladri.
La vendita di Giuseppe dai suoi fratelli.
- Egli è lo schiavo del grande capo di tutti gli uomini di guerra.
La sua schiavitù da Putifar.
- Fedele di fronte all'adulterio, è caduto nelle catene tramate contro lui.
Difatti fu messo in prigione per aver resistito agli inviti della moglie di Putifar. 
- Del segreto irritante dei prigionieri, il profeta ha apportato la penetrazione.
È la sua interpretazione dei sogni degli ufficiali di bocca del Faraone. 
- Riconosciuto il suo pudore, i suoi legami si sono sciolti ed è stato messo in libertà.
- Il signore supremo ha visto in sogno successivamente delle vacche e delle spighe sulla riva.
Questo è il testo stesso della Bibbia.
- La vista dell'avvenire è stata data dalla saggezza del Dio eterno.
- Lo costituì padrone sulla sua casa. Il mio popolo farà la minima volontà della tua bocca. 
- Lo fece rivestire di lino fine e gli diede l'anello che porta il suo sigillo e la sua collana.
- Ricevette il diritto alla prosternazione e fu di metà nella sua grandezza. 
- Lo fece salire sul carro seguente il suo. 
- Gli fece prendere una sposa molto grandemente considerevole, casta e bella
. È Aseneth.  
- I giuramenti sono stati graditi prendendo l'Eterno per giudice.
É il matrimonio davanti al Dio di Giuseppe.
- È là che regnò Giuseppe e che si dovrebbero ritrovare delle tracce della sua regalità. 
- Le moltitudini si inchinano davanti all'immagine del dottore benedetto dal cielo.
- Il padrone ispezionò con riflessione e metodo la valle. 
- Ha rimesso in buono stato i canali di irrigazione così da rimediare al male della valle.
- Ha fatto trasportare in ammassi considerevoli e numerosi il residuo delle mietiture.
- Il giudice fedele, il saggio amministratore.
- Egli è uscito dal cielo misericordioso per portare la vita ai popoli. 
- Egli è la spalla protettrice, il rimedio che guarisce. 
- Ciò che rende la terra e che appartiene ai proprietari è messo in comune volentieri e prontamente. 
- Egli è la fiducia della moltitudine e la protezione delle corone. 
- La sua grande saggezza sostiene gli Enàcidi
, cioè i Pastori.  
- Ha acquistato i greggi, la superficie dei campi, le case e perfino i corpi. 
- Non ha acquistato le proprietà dei templi, avendoli un decreto superiore esentati.  
- Il saggio considera il popolo con degli occhi favorevoli.  
- Stabilisce i suoi fratelli nel luogo migliore
.
È la terra di Gessen o Goshen della figura 6.  
- Gli diede, come grande spalla, questo luogo di cui era stato il liberatore.
Si tratta della città di Sichem data da Giacobbe a Giuseppe.  
- Non si può resistere al cielo; per me la guarigione è venuta alla moltitudine. 
- Quello che ha fatto fallire la cospirazione, che ha diviso il numero e che ha colpito mortalmente il ribelle
.
È la rivolta di Amosis sostenuto dai preti di Tebe.
- Il signore che proteggeva questi luoghi è morto a più di cento anni
. Difatti raggiunse 110 anni. 
- Il saggio è felice; ha raggiunto la vita eterna.
- Dal deserto è venuto il Phénix; dai rami di palma, per la seconda volta, egli è avanzato verso i giunchi del Nilo
.
Giuseppe era considerato dagli Egiziani come un secondo Phénix; essendo il primo Thôt-Ludim, figlio di Misraïm. Questo fatto è confermato dalle tre seguenti letture del soprannome di Giuseppe:
- Tenuto nascosto cinque secoli, privato della vita, gli è stata resa.
- Dai carboni ardenti, ridotto in ceneri, ne è uscito per rivivere. 
- Dal dottore celeste antico è venuto, al tempo segnato, un sapiente simile a lui. 

Per terminare l'esposizione su questo personaggio straordinario che è Giuseppe, ci sembra che non ci sia conclusione migliore da portare che la lettura copta fatta da Crombette della benedizione che gli diede suo padre Giacobbe sul suo letto di morte:

"Il ramo prodotto, Giuseppe, fa gonfiare la farina impastata; ha stabilito nel grasso la vita languente; ha tolto il male dagli uomini; ha mantenuto la vita; la vita languente è stata fatta abbondante; egli è di metà nella potenza del ramo di palma supremo; è arrivato improvvisamente ad essere il primo; ha cambiato i legami esecrabili dove dei malvagi l'avevano messo per perderlo; integro, è diventato il capo supremo; ha vinto i suoi nemici gelosi con una moltitudine di beni; ha preservato della rovina la casa di Giacobbe; ha preparato, con gli agnelli di Israele, un popolo forte e numeroso. Così, su costui, io faccio scendere abbondanti le parole di propiziazione più grandi sull'alto della sua testa inclinata; più grande degli altri sarà la sua quantità di terra; a te, testa rasata, vanno le parole benevolenti del capo; egli conferma e rende sacre le liberalità che fa scendere abbondantemente dagli astri che sono in movimento circolare intorno ai cieli; conferma e rende sacre le liberalità che ti fa per scoprire dei pozzi, affinché i tuoi accampamenti e le tue porte abbiano la tranquillità; conferma e rende sacre le liberalità che egli fa numerose dai giorni antichi fino al giorni più lontani; che abbia senza tregua dei cesti traboccanti; che fino ai giorni luminosi del Dio che è preparato per essere la promessa estrema della specie, Giuseppe sia fertile, che abbia la pienezza dei cesti tra i discendenti, lui che, per primo, ha annunciato la parola di Dio".

In conclusione, vediamo fino a che punto Giuseppe non solo è certamente un personaggio storico e non leggendario, ma anche uno degli uomini più geniali di tutti i tempi, grande tanto per la sua santità che per le sue qualità di uomo di stato, di inventore e di ingegnere.